Quartieri a luci rosse Milano, il sì del Consiglio di Zona 2, i commenti e la Legge in Italia e in Europa

ProstitutaMilano come Amsterdam, Amburgo, Anversa o Zurigo? Parrebbe di sì. Perlomeno nelle intenzioni del Consiglio di zona 2 (piazzale Loreto-via Padova), dove a maggioranza, nella seduta di mercoledì 15 luglio, è stata approvata dalla sinistra una mozione dei radicali che chiede al Comune l’istituzionalizzazione di aree a luci rosse a Milano. Un’iniziativa volta a “combattere la piaga dello sfruttamento criminale della prostituzione in città”, è stato detto dai suoi promotori, e che possa permettere a “lavoratrici e lavoratori del sesso” di incontrare i propri clienti in “aree di minor conflitto con la cittadinanza e di maggior sicurezza personale”.

 

SARDONE (FI): “INGIUSTO PENALIZZARE ULTERIORMENTE LE PERIFERIE” – La mozione, per chi ancora non lo sapesse, è stata approvata dai 14 consiglieri appartenenti a PD, Gruppo misto, Sel, Sovranità, Verdi e Radicali. Contrari, invece, i voti di 8 esponenti del centrodestra appartenenti a Lega e Forza Italia. “No” anche da parte di un consigliere del PD, oltre a tre astenuti.

– Ma com’è facile intuire, un argomento tanto delicato non ha evitato di sollevare numerose polemiche. Per Silvia Sardone, consigliere di zona 2 e responsabile del dipartimento Sicurezza e Periferie, la mozione presenterebbe due problematiche: una di carattere “pratico” e l’altra da un punto di vista “formale”.

– La preoccupazione principale, secondo la consigliera, “è che i luoghi scelti per gli eventuali quartieri a luci rosse siano come al solito quartieri periferici”. Cosa che finirebbe col “penalizzare ulteriormente le periferie (anche facendo crollare i prezzi delle case nel quartiere scelto)”. “Una scelta”, quindi, “assurda e ingiusta. Si rischiano veri e propri ghetti, con le prostitute e traffico di clienti sotto casa che di certo Pisapia e radical chic, nelle loro belle case del centro, non vedranno”.

 

IARDINO (PD): “NON SI COMBATTE COSI’ LO SFRUTTAMENTO” – Pollice verso anche per Rosaria Iardino, del Pd, consigliera delegata alle Pari opportunità della Città metropolitana di Milano, secondo la quale, “per combattere la tratta e lo sfruttamento la via non è legalizzare la prostituzione”. Il rischio, secondo la consigliera, è infatti che qualcuno possa pensare di “trasformare questa piaga in una professione e vedere lo Stato come riscossore di tasse legate al mercimonio del corpo”.  Questione sulla quale Iardino non ha dubbi: “Mi avrà sempre contraria. La legge Merlin forse deve essere resa più attuale, ma pensare alla sua abrogazione è ridicolo”.

– E che faccia sul serio, non ci sono dubbi: “Da parte mia, domani stesso, depositerò una mozione in Consiglio comunale a Palazzo Marino che porta il titolo: `Mozione contro l’ipotesi di zonizzazione, lo sfruttamento della prostituzione e la tratta degli esseri umani’. Su un tema del genere non transigo ed è mio parere che a Milano non dovrà mai essere legalizzata, in nessuna forma, la prostituzione”.

 

ZONING: L’ESPERIENZA DI MESTRE – Chi invece ha provato a riportare la prostituzione sui binari della legalità è la città di Mestre. E lo ha fatto attraverso l’istituzione dello “zoning”, una sorta di zona di tolleranza delle prostitute circoscritta ad alcune aree periferiche della città. Un provvedimento adottato nel 1994 – seppure  in fase ancora embrionale – dall’allora amministrazione comunale per fronteggiare le proteste dei residenti contro la diffusa presenza di lucciole nella zona della stazione ferroviaria.

– Non un vero e proprio quartiere a luci rosse, a dire il vero, ma delle aree in cui via via, col trascorrere degli anni e delle giunte, è stato permesso l’esercizio della prostituzione in tutta sicurezza, limitando le tensioni con cittadini e residenti. Tuttavia, riguardo l’effettiva soluzione del problema, i pareri rimangono ancora discordanti. Troppe infatti le problematiche irrisolte.

– Per molti residenti delle zone interessate, si è trattato semplicemente di spostare il problema da un quartiere all’altro, nella maggior parte dei casi a scapito della periferia, già normalmente afflitta da insicurezza e degrado. Inoltre, “decentrare” le prostitute, non ha garantito loro migliori condizioni di vita, né ha ridotto drasticamente la probabilità che gli “operatori del sesso” possano cadere vittime di violenze. Per non parlare poi dei clienti, per nulla disincentivati dall’alimentare un mercato nella stragrande maggioranza dei casi gestito dalla malavita.

 

COSA DICE LA LEGGE IN ITALIA – Secondo le ultime stime, in Italia ci sarebbero almeno  tra le 70.000 e le 120.000 prostitute, a fronte di circa 9 milioni di clienti. Un imponente giro di affari da 5 miliardi di cui lo Stato, a 60 anni dalla legge Merlin (datata 20 febbraio 1958, che stabiliva la chiusura delle case di tolleranza), pare non volersi curare. Quantomeno, a giudicare dalle numerose proposte di legge avanzate negli ultimi anni dalle forze politiche per legalizzare o almeno regolamentare la prostituzione, e cadute troppo presto nel dimenticatoio.

– L’ultimo manifesto bipartisan presentato a Montecitorio è dello scorso aprile. Porta la firma di Pd e Scelta Civica, col supporto di oltre 70 parlamentari di diversi movimenti politici. L’obiettivo è presto detto: fare uscire la prostituzione dall’illegalità al fine di contrastare lo sfruttamento delle persone e riconoscere i diritti e i doveri dei cosiddetti sex workers. Oggetto di studio, nello specifico, la possibilità di una tassazione fissa dei redditi delle prostitute, oltre alle opportunità di lavorare in cooperativa e versare i contributi. In cambio, diritti previdenziali e le normali tutele di cui gode qualsiasi lavoratore.

– Ma se in Italia l’esercizio della prostituzione come attività autonoma continua ad essere reso complicato dalla legge, – emblematica la sentenza della Corte di Cassazione n. 6.373 del novembre 2013 che definisce il reato di favoreggiamento della prostituzione come una “qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione” – diversi Paesi europei si sono mossi in senso opposto. E lo hanno fatto in tempi non sospetti.

 

E IN EUROPA? – È il caso, per esempio, del quartiere “De Wallen” di Amsterdam, nel cuore della parte antica della capitale olandese, diventato col passare degli anni sempre più meta di pellegrinaggio di turisti, clienti o semplici curiosi, dove la professione più antica del mondo – severamente vietata per strada – è permessa in tutta sicurezza all’interno di piccoli appartamenti.

– Per non parlare del “Repenbahn” nel quartiere St. Pauli di Amburgo, la zona dei divertimenti e negozi prevalentemente a luci rosse, o quella dedicata alla prostituzione a Norimberga, a due passi dalle mura medievali. Sempre rimanendo in Germania, Colonia può vantare “Il Pascha”, che con i suoi 9.000 metri quadrati di superficie sviluppati su 12 piani, è la più grande casa di appuntamenti in Europa. Al suo interno lavorano quotidianamente circa 120 prostitute e 80 impiegati. Le visite? Mille al giorno, cliente più, cliente meno.

– Non bisogna dimenticare neanche i famosi “sex box” di Zurigo, nella civilissima e tanto invidiata Svizzera, dove nella ex zona industriale di Alstetten, l’amministrazione comunale concede a prostitute e clienti di incontrarsi in speciali parcheggi in legno costruiti ad-hoc. E poi il Red Light Districte di Anversa, a due passi dal centro, dove le ragazze si mostrano dietro le vetrine all’interno di piccoli locali sull’esempio di Amsterdam. E l’elenco potrebbe continuare.

– Quel che è certo è che si tratta di diverse esperienze che, oltre a sicurezza, trasparenza e controllo, vantano un importante comune denominatore: il pagamento della tasse. Mica male, di questi tempi.

 

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S.P.

 

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