Cortometraggi MIFF 2011, una sezione ricca di contenuti, punti di vista e visioni; analisi delle opere presentate

Va da sé che il MIFF non è solo questione di cinema internazionale ad alto budget, presenza televisiva, glamour o moda. Come molti tra i festival internazionali, d’importanza assoluta è anche la sezione dedicata ai cortometraggi.

 

Spesso fucina di registi, attori, idee e maestranze, simili segmenti dei festival permettono un confronto più diretto e libero tra i partecipanti. Non solo: difatti, si è costretti a sfolgorare in un minutaggio di fatto ridotto le idee centrali e cardine del proprio lavoro, ma spesso e volentieri è proprio la parte tecnica che diventa di primo piano. Tra la necessità di far quadrare il budget, la ricerca di finanziamenti, attori compiacenti e possibilità distributive, di frequente diventa di fondamentale importanza spingere le proprie, personali, caratteristiche verso traguardi insperati e ideali cinematografici visionari.

 

Non un caso, quindi, che nella sezione del MIFF preposta ai cortometraggi molta sia stata la carne al fuoco. Una selezione della proposta può far intuire le tipologie di racconto e mediazione del reale. Irrimediabilmente, molti tra i lavori presentati hanno incise a fuoco le stimmate della denuncia, varia e variegata come è logico che sia. Si sente lo spirito dei tempi veleggiare tra pellicole quali “14085” di Olli Koivula, “3 Hours” di Regan Hall e “Hijo de mi Madre” di Lucas Mireles; qualcuno si sofferma a raccontare vicende intorno alle armi da fuoco, altri narrano fatti di sangue tra conflitto etnico e religioso, alcuni raccontano drammi sociali di violenze e povertà: tutti si fanno specchio fedele dei nostri tempi incerti e brutali. Notevole il comparto tecnico dei primi due cortometraggi, ricchi d’una fotografia ad alto livello e una sincera capacità di muovere il corpo e la mente.

 

Spiazzante “Capicua” di Roger Villaroya, pregevole nell’intenzione del parallelo tra l’estrema vecchiaia e l’infantile bisogno dei bambini più piccoli; incerto il risultato, disperso tra tentazioni documentaristiche e una struttura non ben delineata. Diversamente curioso “Birdboy” di Pedro Rivero, parabola atomica animata sul disfacimento dei valori e degli affetti, condotto e ambientato in un’apocalisse animale antropomorfizzata e resa inquietante dal tocco dark dell’insieme. Visionario e particolare, lascia ben sperare per il futuro degli autori. Surreale, “Stanley Pickle” di Vicky Mather è prodotto in stop-motion, riprese tradizionali e interventi in post-produzione, per un film di elegiaca eleganza e malinconia insistita, in perfetta sintonia con il mondo meccanico e testardamente d’altri tempi del protagonista; pregevole per intento e risultati.

 

Piace poi ricordare il glaciale “Kinderspiel” di Kornhoff, ben girato e recitato dal giovane protagonista, drammatico e commovente nel soggetto poco affrontato eppur decisamente attuale. Menzione d’onore per il protagonista di “The Suicidal Tapes” di Billy Senese e per la sua performance attoriale. Jeremy Childs è interprete credibile e caratterista di razza, per un volto e una mimica che sono la rappresentazione ideale di un misterioso male psichico. Meno incisivo il cortometraggio, invece; seppure affascinante e inquietante lo sviluppo risente troppo dei modelli di thriller/horror contemporanei. In ultimo un’altra menzione d’onore spetta a “Rachel” di Seragnoli, pregevole esempio di una narrazione personale e stimolante, condotta sull’onda lunga di una protagonista capace e intensa, comprimari di pregio e un’estetica del racconto sperimentale senza essere fine a se stessa. Benché la produzione paia essere di buon livello, nulla toglie a un lavoro interessante che speriamo preluda a futuri successi.

 

Molte le curiosità, gli stimoli e le storie ancora da raccontare o esaminare, per una sezione che ha dato tanto e che speriamo abbia sospinto molti a seguirne la strada.

 

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Daniele Ferriero

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