Recensione 13 Assassini di Takashi Miike, un'opera straordinariamente controllata per un anarchico autore del cinema contemporaneo

Takashi Miike è autore prolifico di cui è difficile tenere il rendiconto produttivo. A impressionare però è soprattutto la tenacia radicale con cui affronta il proprio cinema, quasi fosse un letterale corpo a corpo (senza il “quasi”).

 

Difatti, pur essendo ormai scolpite nella storia del cinema la violenza e la visionarietà acida con le quali ha disseminato i suoi film, d’altro canto è altrettanto centrale il confronto con le esperienze filmiche che lo hanno formato. Più che altro Miike si scopre sempre in quanto puro inventore di forma, sia data questa nella messa in scena della violenza, nel ragionamento sociale e politico o ancora nell’immagine filmica in sé.

 

Dunque, fedele al suo fare cinema, con 13 Assassini  prosegue questo scontro vitale con le immagini, procedendo ancora una volta secondo i dettami di un’anarchica rottura, seppure qui data con un controllo fino ad oggi inedito. La storia – classica –prevede il reclutamento di una squadra composta da tredici elementi, decisi per onore, equilibrio o semplice fortuna, ad assassinare un giovane e spietato signore feudale, reso intoccabile dalle ascendenze reali.

 

Dato atto in primis di un’eccezionale lavoro di ricostruzione di pari passo con uno sguardo moderno ed incisivo sulle vicende e sulla struttura filmica, la pellicola va ben oltre. Affascina nel rendicontare le regole e la filosofia di vita delle nipponiche genti feudali, facendone l’impalcatura per domande di natura antropologica e filosofica alle quali 13 Assassini si rifiuta di rispondere; o anche solo di esplicitare. Qui nuovamente coerente alla propria poetica, il regista si “limita” a porre in atto una messa in scena magistrale per il controllo, il significato e la tecnica con cui viene messa in atto.

 

Non a caso il film scorre con precisione matematica nella narrazione, attraversando con mestiere ma di soppiatto molti topoi tipici del genere o dintorni. L’azione si svolge rigorosa e potente fino all’apocalittico e atteso punto di rottura, iscrivendosi da subito nel solco del virtuosismo puro e nella storia del cinema attuale. Pertanto confrontandosi con l’eredità stessa del firmamento filmico nipponico, Miike s’evidenzia una volta ancora come talento anarchico e sregolato, monolitico nell’andamento e proteiforme nei modi e nelle intenzioni. Forse, semplicemente, inquieto.

 

Quello che resta, a ogni modo, è un film spettacolare e, a proprio modo, quieto. Un’unione alchemica di opposti, tra classicismo e sfrenata contemporaneità dello sguardo. L’autore resta da tenere d’occhio anche per il futuro. La pellicola è caldamente consigliata a chiunque non sia pregiudiziale nei confronti della cultura nipponica, o abbia anche solo amato un maestoso film di Kurosawa e i samurai.

 

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Daniele Ferriero

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