Recensione Transformers 3, trionfo delle macchine in movimento, della leggerezza del pensiero e della coerenza nello sguardo.

Sarebbe piuttosto riduttivo relegare l’ultimo film di Michael Bay, Transformers 3, alle sue mere caratteristiche tecniche e tecnologiche. Non che si voglia negarne lo statuto, ovviamente; tutt’altro. È che mai come in questo caso il regista ha saputo controllare e declinare la sua creatura con tale senso della misura.


Il che suona decisamente paradossale parlando del cinema di Bay, uomo non particolarmente celebre per la sua sottigliezza, volendo anche solo considerare Armageddon del 1998. Eppure, mai come oggi, non solo il regista riesce a rendere finalmente “visibile” quanto accade sullo schermo (ivi – e soprattutto – compresi gli apocalittici scontri) ma riesce a dare una progressione pseudo-lineare alla propria sceneggiatura (non però esente da inciampi, certo).


Chiaro comunque che  il film continua ad essere un prodotto destinato soprattutto alle giovani folle e a chiunque abbia voglia di insano intrattenimento senza pensieri. Non sono da ricercare qui squisitezze nei dialoghi, invenzioni narrative o particolari stimoli intellettuali. Piuttosto Bay prosegue nella sua pura opera di messa in scena del robotico e dell’inorganico, passando attraverso le forche caudine del digitale e del 3D con brillantezza e mestiere.


Ed è su questo fronte che nessun peccato si può imputare all’autore, il quale, forte di una trama a suo modo solida e sicuramente lineare (la progressione ha molto dello standard narrativo di gran parte dei videogiochi odierni), racconta, tra il divertente e il divertito, le eterne lotte tra i robottoni alieni denominati Transformers e i loro antagonisti Decepticons. Come un giocattolone visionario dunque, si pone davanti all’occhio di chiunque abbia la leggerezza di lasciarvisi andare, per narrare improbabili vicende di invasioni spaziali, cambiamenti umani e Storia revisionata.


Tanta, quasi troppa, la carne al fuoco. Difficile che chiunque possa aver la pazienza d’affrontare simili visioni, soprattutto tra i meno vicini all’Intrattenimento puro. Tuttavia è da sottolineare un approccio mai così propriamente comico alla vicenda, piena di macchiette (John Turturro, John Malkovich, Ken Jeong) e gag a ripetizione, dedicate ai più piccini. Proprio per questo viene però naturale chiedersi quale effetto questa nuova carne cinematografica possa dare all’occhio dei più piccoli; quale tipo di formazione estetica possa essere recepita dallo sguardo di chi ancora ha tutto da vedere. Una domanda che a tratti anneghiamo tra i fiumi di popcorn, le risate genuine e il sense of wonder di fronte a tale magnificenza tecnologica.


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Daniele Ferriero

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