Recensione Berkelana – A Year Without A Summer, di Tan Chui Mui

Affascina, quest’opera seconda di Tan Chui Mui, giovane cineasta malese il cui percorso va delineandosi con vigore.

 

Apparentemente da inserirsi nel casellario del cinema “esotico”, Year Without a Summer è invece l’esempio di una visione cosmopolita, che andando oltre e al di là delle forme e dei paesaggi, restituisce all’occhio e alla mente temi cari all’umanità intera, a prescindere dalla cultura e dall’incarnato.

 

Sulla carta il racconto segue le vicende di un ritorno a casa, ad opera del musicista Azam. Questi, arrivato nel villaggio d’origine, incontra una coppia di amici d’infanzia e presto si perde nelle spire del ricordo. All’interno di un set che rimanda con forza l’origine primigenia dell’ambiente naturale, lo spettatore si perde presto con lui dentro a una concezione temporale fratturata,  estremamente realistica e al contempo sperimentale.

 

Uno degli elementi fondanti del film è difatti la modalità in cui ci viene restituito l’andamento del tempo. Nella prima parte, con l’avvenuto malinconico ritorno di Azam, i personaggi paiono muoversi con un andazzo del tutto simile a quello nostro tenuto nel quotidiano; i silenzi, le pause apparentemente immotivate, la comunicazione che si fa corpo e poco più, sono il sintomo di una ricerca profonda nel linguaggio dell’ordinario, che solo apparentemente si scontra con i tempi cinematografici e con la necessità futile dell’intrattenimento.

 

La seconda parte, al contrario, pur materializzandosi per un motivo specifico e mantenendo comunque le stimmati stilistiche della regista, si frammenta all’interno dei ricordi stessi del protagonista, ricacciando quell’impressione di realismo quasi insistita all’interno di un ambiente onirico e disperso nel vissuto dei personaggi.

 

La pellicola a ogni modo, se anche stupisce per la resa estremamente realistica dei comportamenti dei personaggi, le loro tempistiche e dialoghi lanciati in aria, si rivela più debole sul fronte della coerenza interna. Nonostante sia, e voglia essere, uno sguardo alla malinconia, alla tristezza derivante dai cambiamenti che ci occorrono, risulta non del tutto convincente nella seconda parte dedicata ai ricordi, che pare quasi occorrere senza che risulti utile all’andamento del film.

 

D’altro canto l’attenzione formale sia nell’inquadratura sia nella resa dell’ambientazione colpisce lo spettatore e affascina come background necessario al racconto stesso. Un film dunque che avrebbe potuto e dovuto osare in funzione del tema della memoria e del confronto con essa; al contrario, pur avendone le possibilità e caratteristiche, si ferma prima di compiere un discorso audiovisivo espressamente nuovo o personale.

 

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Daniele Ferriero

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