Incontro con Simon Reynolds in occasione della presentazione di "Retromania"

L’incontro, non l’unico nella nostra penisola, è di quelli attesi, per chi ama la materia.

 

La scusante è l’uscita del nuovo “Retromania”, edito da ISBN e firmato da quel Simon Reynolds già protagonista di più d’un rinascimento musicale. Riconosciuto nella sua formazione di critico musicale, Reynolds è stato in più occasioni figura chiave di prese di posizione ben definite o sintesi vincenti di periodi storici ben precisi (si pensa al post-rock e alle scorribande tra rave, techno e dintorni).

 

Tutto ruota attorno alla musica, certamente. Nel caso di “Retromania”, l’attenzione è rivolta alla sensazione di stasi che da un paio di lustri ha intrappolato nelle sue spire l’evoluzione delle musiche odierne. Divincolandosi o meno tra innovazioni digitali, manie revivaliste e cul de sac immaginativi, il panorama si è effettivamente fatto un poco desolante. Prescindendo comunque dal contenuto del libro, in corso di disamina, piace restituire la cronaca dell’incontro.

 

Mediato dalle domande di Carlo Antonelli (già direttore di Rolling Stone Italia e ora alla guida di Wired Italia), e dal confronto in chiusura con il pubblico, Reynolds si è dimostrato – o confermato – come un interlocutore affabile e concreto, decisamente poco dedito a paturnie da rockstar di rimando.

 

Avendo percorso con lui una serie di ragionamenti intorno e dentro alla musica odierna (soprattutto nelle sue frange estere, siano state queste di prima grandezza o pseudo-underground), è giocoforza notare quanto in primo piano risulti essere l’assoluta sovrabbondanza di materiali musicali e gli infiniti canali attraverso i quali si può goderne. L’esempio che salta all’occhio è quello dell’Ipod e oggetti simili, in grado di restituire un’overdose di suoni tali da costringere alla resa chiunque si accinga all’ascolto, a meno che non disponga di una quantità di tempo infinita da dedicare a dischi, canzoni, singoli e compagnia bella.

 

Da questo pressappoco deriva anche l’utilizzo spasmodico e ricorsivo dei materiali sonori appartenenti al passato, ben lungi dal rimanere semplice veicolo di idee ma spesso oggetto deputato al riciclo vampiresco di anima e strutture sonore. Cultura dell’atemporalità e dell’abbondanza che trova ampio spazio all’interno del pensiero del Nostro.

 

Quanto colpisce, a ogni modo, è che di fronte a un’opera e un discorso specifici la maggior parte delle energie di fan, addetti ai lavori, giornalisti, etc sia spesa nell’interessarsi al problema senza osare uscire dal tracciato esposto. Ovvero, senza domandarsi minimamente quanto il punto di vista sia spendibile nel senso del qui e ora a scapito dei decenni abbondanti di musiche più o meno sottotraccia o in prima linea. Di fronte a un potenziale dibattito, di fronte a una figura critica, pare mancare proprio un approccio critico in senso stretto. Problema non del Reynolds, certamente.

 

Fa specie comunque notare quanto i magazine di settore, le webzine, i blog e riviste varie si siano spesi più o meno consapevolmente nel far campagna stampa – diretta o meno che sia – a “Retromania”. Ora, non resta altro che cominciare la lettura.


Daniele Ferriero

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