Recensione Super 8, di J.J. Abrams, tutti i dettagli

Una visione curiosa, questo “Super 8”. Curiosa e formalmente inappuntabile.

 

Diretto dal talentuoso – e accorto –  J.J. Abrams (Alias, Fringe, Lost; alla regia in MI:3, Stark Trek, Cloverfield) il film è la cronaca di una manciata di giorni estivi vissuti da un gruppetto di ragazzini nell’America di fine anni Settanta. Quanto accade loro è però materia d’immaginazione, strani incontri e parentesi fantastiche.

 

Senza troppo svelare del nocciolo del racconto, basti dire che la pellicola sin da subito si presenta allo spettatore attraverso il filtro beato della prima gioventù, con al centro il momento di passaggio o di iniziazione che spinge agli amori, le avventure e le disobbedienze vissute con l’adrenalina della scoperta.

 

Diretto in maniera inappuntabile, fluido e avvolgente nei movimenti di macchina, “Super 8” pare un oggetto alieno al nostro tempo, piuttosto un film che riprende nella quasi totalità le caratteristiche principali del cinema anni Ottanta dedicato a giovani e giovanissimi (si pensa direttamente a “Goonies” di Richard Donner, “Explorers” di Joe Dante, “Navigator” di Randal Kleiser e via di questo passo e genere). Quasi a sancirne definitivamente lo statuto d’amarcord, l’ombra lunga di Spielberg è lì a dettare il passo e il sentimento.

 

Eppure, proprio il senso continuo e insistito di dejà vu si rivela la carta vincente sul fronte della narrazione e dell’ingegno stilistico. Se da un lato gli spettatori ora intorno ai trent’anni rivivono in diretta le pagine malinconiche e divertite della loro infanzia, allo stesso tempo i giovanissimi astanti odierni paiono saltare sulle loro sedie in diretta, emozionandosi non poco. In un cortocircuito che ha del fantastico, questo sì, pare di rivedere in loro le reazioni che furono nostre.

 

La pellicola poi è girata con una maestria e una padronanza dei mezzi che ha dello strepitoso. L’eleganza classicista che permea ogni inquadratura e movimento di macchina serve solo a restituire pienamente il senso dell’universo narrativo, fatto di personaggi azzeccati e parentesi sentimentali divise tra la perdita e il batticuore.

 

Nonostante questo, e nonostante l’ottima riuscita del film, l’operazione risulta effettivamente adulterata dalla malinconia un po’ cinica che la sottende. Seppure omaggio dichiarato, l’evocazione in stile copia carbone del cinema di Spielberg, Zemeckis, Dante e compagnia ha a tratti le stimmate del revivalismo, spinto a far piangere i cuori dei trenta-quarantenni di oggi.

 

Ciò nonostante la pellicola è gradevolissima nell’andamento e nel racconto, e pur non toccando vette di qualità assoluta (soprattutto nella seconda parte) è assolutamente consigliata a grandi e piccini. Un contemporaneo sempreverde che in questo paradosso mostra tutto l’enorme amore di JJ Abrams per l’idea stessa di cinema e del racconto per immagini.

 

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Daniele Ferriero

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