“Paolo VI” ai Filodrammatici di Milano, un equilibrista in bilico interpretato da un ottimo cast, guidato da Massimiliano Perrotta. Si replica a Roma

Ieri sera alle ore 21,00 presso il Teatro dei Filodrammatici, a Milano, è andato in scena il “Paolo VI” opera teatrale del regista Massimiliano Perrotta. Si è trattato di un dramma musicale ispirato al Pontefice Paolo VI e al suo voler traghettare la Chiesa in sintonia con quelle che erano le esigenze dei tempi del suo pontificato, durato dal 1963 e conclusosi nel 1978.

 

Il primo atto rappresenta il Santo Padre (interpretato da Roberto Pensa) sopraffatto dal proprio senso del dovere di Pontefice: “portare la croce come Gesù” ma, al tempo stesso, avere il coraggio di osare, di essere un comunicatore, un messaggero di Dio Capace di farsi ascoltare in tempi non proprio facili come quelli del proprio pontificato, senza però sviare da quelli che sono i princìpi madre della chiesa cattolica: un compromesso che travaglia non poco il Paolo VI definitosi appunto nello spettacolo “l’equilibrista nel bilico”.

 

Il primo atto dunque, risulta un susseguirsi di pensieri del Pontefice, alternato con intervalli di musiche di Ennio Morricone e i passi di danza dell’ottima Isabella  Venantini, molto espressiva quanto abile nel rappresentare figurativamente lo stato d’animo di un Pontefice: alla perenne ricerca di un equilibrio fra sfera spirituale e temporale.

 

Se questa prima parte dell’opera vedeva lo spettatore passivo nel constatare le sensazioni di Paolo VI, il secondo atto, invece, offre un notevole spunto di riflessione allo spettatore, grazie anche all’atto unico “Ginevra” proposto in appendice dal regista Massimiliano Perrotta .

 

Il tutto è ambientato in un locale dove un oste (interpretato sempre da Roberto Pensa) è intento a pulire i bicchieri. A un tavolo vicino, intanto, due clienti, un professore ateo e uno scienziato (interpretati da Stefano Benassi e Andrea Di Giovannantonio) discutono sui limiti o probabili infiniti progressi della scienza per allungare la vita all’uomo.

 

Il professore, seppur ateo, mette in discussione quanto affermato dal dotto scienziato: le possibilità che avrebbe la scienza di prolungare la vita di un uomo. Da qui lo scetticismo del professore ateo,”niente” se paragonato alla fiducia immensa che lo scienziato nutre per le l’intelletto umano.

 

L’oste, non potendo fare a meno d’ascoltare lo scambio di vedute fra i due dotti, decide con garbo confidenziale di unirsi alla discussione. Egli, infatti, afferma di essere vedovo da poco tempo e che il tema della vita oltre la morte lo coinvolge più che mai, fiducioso com’è di poter “riabbracciare la moglie in un’altra vita”.

 

Il professore, a differenza dello scienziato pessimista, pare più possibilista. A sottolineare tale posizione, nel mezzo della conversazione si sente una voce fuori campo: è Gianni, un cliente di lunga data dell’oste, che esorta quest’ ultimo a credere sempre  in una vita ultraterrena. Una volta rimasto solo e chiuso il locale, l’oste troverà un attimo per parlare al ritratto della moglie Ginevra, come se fosse ancora viva, e confidandole che in fondo una speranza in una vita ultraterrena la conserva, nonostante “quel che ne possano pensare gli uomini dotti”.

 

Il susseguirsi dell’opera coinvolge lo spettatore in un crescendo riflessioni sull’eterno e irrisolvibile dilemma fra scienza, sinonimo di pragmatismo, e fede, sinonimo di speranza: una questione che, alla luce di quanto messo in scena dal regista, lascia più che mai spazio alla soggettività.

 

In conclusione, siamo in presenza di un dramma musicale gradevole, tanto sul piano della recitazione, molto sincera ed emotiva, quanto su quello musicale. I brani del maestro Ennio Morricone, scelti dal regista Massimiliano Perrotta e da Emanuele Senzacqua, e le danze di Isabella Venantini, costituiscono un tutt’uno con il riflessivo Paolo VI interpretato da Roberto Pensa. Pensa che risulta impeccabile anche nell’interpretare la figura di quell’oste fiducioso nel quale s’incarna un incrollabile ottimismo: un ottimismo che, nonostante tutto, vuole comunque essere sprone per lo spettatore, pregno di sana e umana speranza.

 

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