“Le stelle non sono lontane”, intervista alla scrittrice Candida Morvillo

Le stelle non sono lontaneIl suo ultimo romanzo, “Le stelle non sono lontane”, è da poco uscito in libreria. L’autrice, Candida Morvillo, ce ne ha parlato in una piacevole intervista, affrontando anche tematiche di attualità, politica e non solo.

 

Il tuo romanzo è ambientato nel backstage dello star system. Oltre ad esserne una profonda conoscitrice, le vicende giudiziarie passate e recenti, possono avere influito sull’argomento trattato?

“Hanno influito in parte, in quanto le prime 25 pagine di questo romanzo nascono molti anni fa, quando il neologismo Bunga Bunga non era stato coniato, né era scoppiato lo scandalo Vallettopoli e Veronica Lario non aveva ancora scritto la famosa lettera a Repubblica. Le ho riprese tempo dopo quando le ho ritrovate, un po’ di cose citate nel romanzo si erano verificate, per cui mi sono resa conto che quanto scritto in quelle 25 pagine era una cosa che preesisteva e che sopravviveva ai fatti di cronaca che si susseguivano in
quegli anni”.

 

Il filo conduttore del libro è l’ambizione: tutti i personaggi sono mossi da un’ambizione sfrenata e senza limiti. Astrid, ad esempio, ottiene tanto, ma non basta mai. È proprio vero che, pur di emergere, il fine giustifica i mezzi?

“Più che altro mi sono voluta occupare del ‘fine’ dell’ambizione di tutti questi personaggi, che ambiscono al potere, al successo e alla visibilità; oltre ad una serie di cose cui riconoscono un traguardo di assoluto valore, perché la società impone di riconoscerle come tali. Vi arriveranno con tutti i mezzi, in maniera discutibile, ma ciò che m’interessava indagare è che, alla fine, raggiungono qualcosa che non li rende felici, perché stanno cercando di raggiungere un traguardo che non li porta alla felicità. Si tratta di una felicità effimera, ma rilevante agli occhi del pubblico. M’interessava cercare di capire la causa di tanta infelicità che vedo intorno a noi”.

 

Sempre parlando del personaggio di Astrid, il fatto che torni ad essere la donna dal nome ‘Carmela’, invece di quello scelto per raggiungere le sue ambizioni, potrebbe essere un messaggio di speranza e di monito per le future star televisive, invitata a non perdere mai la propria sensibilità in un mondo dove l’effimero potrebbe prendere il sopravvento?

“Vuole essere un auspicio: non solo per le ragazze che vogliono fare spettacolo, ma anche per tutte le persone che potenzialmente possono leggere questo libro. Il ritorno di Astrid a Carmela, quando era giovane nella sua infanzia in provincia, indica un ritorno a sé stessa e, quindi, a ciò che più corrisponde al suo progetto di vita. Viviamo tutti una rincorsa verso questi miti contemporanei di successo che, non è detto, corrispondano alla nostra reale esigenza di successo.

 

Pensi che nello star system si possa essere donna, facendo prevalere il proprio essere,
senza calarsi troppo nel personaggio da dare ‘in pasto’ al pubblico?

“Io credo che si dovrebbe farlo, anche se non è facile però, in particolare, in televisione, dove vi sono parecchi programmi stereotipati, con un linguaggio molto codificato e dentro il quale è difficile muovere delle corde, diciamo, di spiccata individualità. Però penso che chi riesca a presentarsi con la propria umanità e carattere, e riesca a imporli, possa avere sicuramente successo. Penso che l’opposto sia difficile e che possa, dunque, portare al fallimento”.

 

Oggi c’è qualcosa che ti faccia pensare che si possa passare da “la repubblica delle veline” alla “repubblica delle cittadine”, per vocazione e non per scegliersi un altro palcoscenico?

” Credo che sia assolutamente possibile e che stia accadendo, complice anche la crisi economica che ha stabilito delle priorità diverse di valore. Molte donne, infatti, hanno cominciato a darsi delle priorità diverse. Mi sono interessata del fenomeno ‘Down shifting’, ossia persone che hanno deciso di lasciare lavori che sono molto stressanti, per cercare di realizzarsi e di vivere più a contatto con la natura, coltivando al meglio le proprie aspirazioni e rinunciando a tanti beni di consumo. Ad esempio ho conosciuto una ragazza che lavorava come manager in un’importante società internazionale e, ad un certo punto, ha deciso di ‘disintossicarsi’ e d’intraprendere un altro percorso, non sentendosi realizzata. Si è licenziata per poi andare a lavorare in Australia come barista, al contatto con il mare e la natura: guadagna molto meno ma ora è più felice. Come lei, altre donne hanno intrapreso coraggiosamente questo percorso, liberandosi da certi stereotipi ed arrivismi. Allo stesso modo in politica è possibile impegnarsi nel sociale per servire gli altri e non per arrivismo personale.

 

Spesso i reality show contraddicono la loro stessa definizione, sono più ‘irreality show’ ossia una forzatura: non c’è il rischio che anche la nostra realtà politica possa essere manipolata per fini di spettacolo?

“La politica di fatto è diventata un reality show: basta pensare a Renzi che, per sembrare più vicino ai giovani, si è travestito da Fonzie, storica icona di ‘Happy days’. Anche il Movimento 5 Stelle non è esente da critiche: diversi parlamentari grillini scelti dal web per essere candidati alle elezioni politiche, non hanno dato grande prova di sé in certe circostanze importanti che l’avrebbero richiesto. Addirittura Grillo, durante le consultazioni con Matteo Renzi, via streaming, ha avuto un atteggiamento non solo per niente dialogante, ma che potrebbe anche rivolgerglisi anche contro come un boomerang”.

 

Cosa ne pensi dell’associazione “Se non ora quando” e del decreto sul femminicidio? Non basta già il codice penale a tutelare, attraverso sanzioni specifiche?

“Non l’ho seguita abbastanza da vicino per potermi pronunciare in merito. Posso dire comunque che, dal punto di vista legale, sono contenta nell’evoluzione normativa contro il reato di stalking. Ritengo inoltre che noi donne, col passare del tempo, abbiamo ottenuto parecchie soddisfazioni: siamo riuscite a fare carriera e ad acquisire posizioni di grande importanza nella società. Non possiamo lamentarci da questo punto di vista. A volte, forse, dovremmo essere noi donne a tendere la mano agli uomini che, in certi casi, subiscono la nostra personalità”.

 

8) Non ti sembra che l’8 Marzo sia spesso spettacolizzato?

“Più che spettacolarizzato, mi sembra anacronistico, per lo meno nei paesi industrializzati come l’Italia. Bisognerebbe semmai fare un 8 marzo in India o in Bangladesh. Limitarsi a risaltare e a celebrare la figura della donna solo l’ 8 marzo, mi sembra troppo una mezza misura e solo una gran vendita di mimose: se fosse così, bene per l’agricoltura. Io, per esempio, faccio parte di un’associazione coordinata da un’avvocatessa e persona meravigliosa, che da sola ha messo insieme un network di donne. In pratica, con le sue collaboratrici, seleziona in molte città d’Italia, tutti i mesi, delle studentesse meritevoli, che stanno completando gli studi superiori, per una borsa di studio. Le ragazze vengono affidate, rispetto al loro settore di studio, a una madrina (se una ragazza ha studiato all’alberghiero, sarà affidata a una chef, ad esempio) in modo che possano formarsi, lavorativamente parlando, per essere in grado d’acquisire una posizione solida nella loro carriera. Si offre, pertanto, una chance per capire come funziona il mondo del lavoro, affiancando loro un modello femminile di potere e autorevolezza, che possa far da mentore. Trovo il tutto molto costruttivo e meritocratico.

 

Cosa ne pensi della questione “Quote Rosa” in Parlamento? 

“Ritengo che debbano essere a tempo determinato e non vita natural durante. Chi gestisce il potere, fa politica, e le liste sono per la maggior parte uomini che, ovviamente, optano per altri uomini. Auspicabile sarebbe garantire più accesso alle donne, per consentire loro di di essere messe alla prova per verificarne il valore effettivo. Una volta che le donne siano ben rappresentate all’interno dei gruppi, libero gioco di nuovo: potrebbero avere così una funzione cuscinetto.

 

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