“La diffamazione tra media nuovi e tradizionali” di Alessandra Fossati, ecco perché ogni addetto ai lavori (o aspirante tale) dovrebbe averlo sulla propria scrivania

Una sorta di “manuale pronto uso” per il giornalista, il blogger o il semplice utente, dove l’esperta in diritto dell’Informazione Alessandra Fossati analizza e chiarisce gli argomenti con i quali, ogni giorno, si scontra chiunque operi su Internet o media tradizionali

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Da sinistra: Paolo Manazza, Leonardo Munari, Alessandra Fossati e Stefano Zurlo

La domanda, in un modo o nell’altro, almeno una volta ce la siamo posta tutti: posso scriverlo, o forse è meglio di no? Un tweet contro un politico, un post polemico, un commento furioso all’interno di un forum, passando per blog di critica, satira, articoli di cronaca e vere e proprie inchieste giornalistiche. Che siano privati cittadini, o giornalisti, nell’errore può incappare chiunque, e le conseguenze possono essere drastiche, sia civili che penali. Come fare quindi per scrivere e postare in modo sicuro, secondo la giusta tutela sia per l’autore, sia per i destinatari del contenuto?
Proprio di questo si è parlato durante il convegno svoltosi allo Spazio Chiossetto di Milano per presentare il saggio La diffamazione tra media nuovi e tradizionali: la firma è quella di Alessandra B. Fossati (in collaborazione con Massimo Di Muro), avvocato esperto di diritto dell’informazione, che nella sua opera ha fatto confluire le esperienze di 15 anni di esercizio della professione nella materia della diffamazione, in particolare a mezzo stampa.
L’incontro si è aperto con le parole di Leonardo Munari, presidente della MCP-Munari Cavani Publishing, editrice del saggio: “Questa nuova casa editrice si pone come obiettivo quello di condividere cultura nel senso più ampio del termine – ha affermato Leonardo Munari –, dall’arte, alla musica, all’economia”. Difatti, la MCP ha inaugurato la propria attività con una monografia dal contenuto giuridico, ma il suo progetto allargherà i confini anche all’economia, all’arte, al cinema e alla cultura in generale, come è nella tradizione dello Studio Legale Munari – Cavani, fondato da Alessandro Munari e Raffaele Cavani, e da sempre “trasversale” nel panorama delle professioni intellettuali.
Con la moderazione di Nicola Di Molfetta, direttore di legalcommunity.it, il punto di partenza del convegno (e del saggio stesso) è stato quel diritto all’informazione espresso dall’art.31 della nostra Costituzione e dall’art.10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, coniugabile secondo due imprescindibili aspetti: il diritto di informare (il “diritto di trasmettere notizie agli altri”, ha spiegato l’avvocato Fossati), e il diritto a essere informati (vale a dire il “diritto di ottenere notizie dagli altri”). Da qui un mondo di leggi, regolamenti, dubbi e lacune venute alla ribalta soprattutto con la nascita di Internet, poiché “l’avvento di Internet ha condotto a una destrutturazione delle tradizionali fattispecie di reato – ha sottolineato Fossati – e ha reso incerti alcuni degli elementi tradizionali che la giurisprudenza ha contribuito a caratterizzare nel tempo”.
In tema, basti pensare che “la libertà di diffondere notizie e commenti” è regolata, ancora oggi, dalla Legge 8 febbraio 1948 n.47: “La scelta di un’applicazione estensiva si è rivelata non percorribile”, ha evidenziato Fossati, poiché “la 47/’48, riferita alla sola carta stampata, è storicamente e fisiologicamente inadatta ai nuovi media”.
Ne sanno qualcosa Stefano Zurlo, inviato de Il Giornale, e Paolo Manazza, ex giornalista de Il Corriere della Sera e ora affermato blogger, esperto di arte ed economia. Entrambi relatori del convegno, hanno raccontato esperienze personali tra realtà & paradosso, frutto di una burocrazia patologica e lacune normative dove è vero tutto, e il contrario di tutto, con conseguenze gravissime sia per chi fa informazione, sia per chi la “subisce”.
“Se un soggetto ha sbagliato, un giudice può condannarlo. Io che sono un giornalista non posso scriverlo”, ha osservato Paolo Manazza, raccontando di quanto sia difficile proteggersi nonostante l’attenzione nel redigere notizie che rispondano ai criteri di pertinenza, verità oggettiva e continenza voluti dalla Legge. Inoltre, se i condizionamenti possono ostacolare i grandi gruppi editoriali, ancora più difficile è rendere un’informazione libera e indipendente per i quotidiani locali e le realtà super specializzate, “piccolissime, ma molto autorevoli – ha aggiunto Manazza –, che però devono avere gli strumenti per lavorare. Non certo, in questo senso, la libertà di ‘infamare’, ma la libertà di informare”.
“Le piccole pagine di provincia – ha rincarato Zurlo – non si mettono contro piccoli e grandi poteri costituiti, siano essi la banca, il vescovo o il sindaco, perché sanno che se scrivono determinate cose poi avranno problemi. E la qualità dell’informazione ne risente moltissimo”.
“Non si può stare in un paese così (l’Italia, nda) – ha proseguito Paolo Manazza –, dove non si può informare. E non a causa della Legge, che è giusto che ci sia, ma perché non si capisce niente: se puoi scriverlo, se non puoi scriverlo, come e in quale modo devi scriverlo”.
Regolamentare quindi, ma con criterio poiché, con la rivoluzione apportata da Internet, “l’informazione non è più parametrata da un rapporto 1 a 1, con un binomio informazione/giornalismo – è intervenuta l’avvocato Fossati –, ma siamo tutti utenti del mezzo, tutti facciamo e riceviamo informazioni”.
Nonostante ciò, “Internet non è da demonizzare – ha continuato l’esperta –, e sono sempre stata contraria alle etichette che lo descrivono come un Far West. È uno strumento da promuovere e sviluppare ulteriormente – ha sottolineato –, occorre però farne un uso consapevole, poiché mancano una coscienza, una informazione e una consapevolezza del mezzo”.
In aiuto di professionisti qualificati e privati cittadini giunge quindi il saggio in oggetto, che vuole essere principalmente un mezzo utile per chi scrive le notizie, e per chi ne è oggetto, grazie a un’impostazione estremamente chiara e un linguaggio semplice e accessibile a tutti.
Attraverso poco più di 200 pagine, ogni fattispecie viene argomentata e definita giuridicamente, calata poi nella realtà attraverso la disamina del relativo caso pratico. Il risultato è una sorta di “manuale pronto uso” per il giornalista, il blogger o il semplice utente, il cui forte carattere pratico ne costituisce l’indiscutibile preziosità, poiché in grado di chiarire le idee sui 7 argomenti con i quali, ogni giorno, si scontra chiunque operi all’interno del settore dell’informazione:
– il reato della diffamazione a mezzo stampa
– il diritto di cronaca e di critica
– la satira
– la diffamazione su media tradizionali
– la diffamazione su Internet con focus dedicati ai blog, le chat, i social network
– il diritto all’oblio
– gli aspetti risarcitori e sanzionatori.
Da qui un’infinità di preziosissime risposte, come ad esempio: quali sono le responsabilità per un post lesivo della reputazione altrui? Il blogger risponde dei commenti lasciati dai suoi followers? Si può sequestrare una pagina di una testata online? E di un blog? Quali sono i confini del giornalismo di inchiesta e quali le regole per i “processi mediatici”?
E ancora: cosa succede se definisco “ladro” un condannato in via definitiva per furto? Quando apro una pagina su un Social, inconsapevolmente sottoscrivo un contratto che mi attribuisce specifiche responsabilità? In tema di critica politica, le espressioni offensive possono perdere la propria carica diffamatoria? Qual è la responsabilità del giornalista quando raccoglie un’intervista con dichiarazioni offensive verso terzi? E il diritto all’oblio? Esiste una procedura per chiedere la rimozione dei propri dati dai Social?
All’interno del suo saggio, Alessandra Fossati analizza tutti questi temi, e molti altri ancora, fornendo tutte le risposte utili per scrivere su nuovi media, e media tradizionali, senza finire nei guai.
“Un’opera – ha sapientemente concluso l’avvocato Alessandro Munari nella prefazione del testo – che ogni addetto ai lavori (o aspirante tale) dovrebbe avere sulla scrivania”.

Valentina Pirovano

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