“Questo non è amore”, l’iniziativa della Polizia di Stato per sapere, capire, difendersi

All’iniziativa presentate anche le testimonianze di poliziotte che lavorano tutti i giorni con le donne, per supportarle nella prima fase della denuncia e in quelle successive

Se ti ricatta… non è amore. Se minaccia te o i tuoi figli … non è amore. Se ti isola, umilia, offende …non è amore. Se ti perseguita con mail e sms ossessivi ….non è amore. Se ti prende con violenza quando non vuoi … non è amore. Se ti chiede “l’ultimo appuntamento” …non è amore”. Se ti uccide …non è amore.
Alla vigilia della Festa della Donna, martedì 6 marzo, la Polizia di Stato ha organizzato, presso il Vodafone Theatre di Milano, il Convegno “…Questo non è amore”, per contribuire, con testimonianze e statistiche, al dibattito su di un fenomeno che oggi viene considerato un indice per misurare la civiltà di una società.
Il Questore di Milano Marcello Cardona e il Direttore Centrale Anticrimine della Polizia di Stato Prefetto Vittorio Rizzi, alla presenza del Prefetto di Milano Luciana Lamorgese, dell’Amministratore Delegato di Vodafone Italia Aldo Bisio, e di altre autorità cittadine e gli addetti ai lavori delle Istituzioni interessate al tema, hanno presentato la campagna “…Questo non è amore”, che ha dato il titolo a una pubblicazione annuale a cura della Polizia di Stato, con i dati sulla violenza di genere, gli strumenti operativi, le iniziative di informazione e con una serie di testimonianze di poliziotte, di cui alcune presenti al convegno, che lavorano tutti i giorni con le donne per supportarle nella prima fase della denuncia ed in quelle successive.
Sotto il profilo dei dati, a fronte di una diminuzione degli omicidi volontari negli ultimi 10 anni, quelli delle donne rimangono sostanzialmente invariati (le vittime erano 150 nel 2007 e scendono a 121 nel 2017 (il 20% circa in meno sia nel raffronto 2007-2017, sia nell’ultimo biennio) passando dal 24% del 2007, alla percentuale ben più grave del 34% nel 2017, in un panorama nazionale in cui il numero complessivo degli omicidi scende del 12% nel raffronto 2016/2017.
In questo quadro, il femminicidio (termine non giuridico, ma di uso comune) è una sottocategoria degli omicidi volontari e rappresenta l’uccisione di una donna da parte di un uomo, proprio perchè donna, come atto estremo di prevaricazione e superiorità.
Comunemente si pensa che il femminicidio sia l’omicidio avvenuto in ambito familiare o affettivo e, infatti, l’81% delle uccisioni di donne avvengono tra le mura domestiche o in contesti di parentela e nel 46% dei casi è il marito o il convivente ad ucciderla. Non tutti gli omicidi di donne in ambito familiare o affettivo sono, però, da considerare femminicidi, nel senso di uccisioni di donne in ragione del proprio genere. Dei 95 omicidi complessivi di donne nel 2017, l’esame puntuale di tutte le drammatiche vicende fa sì che in 41 casi si possa propriamente parlare di femminicidio, dovendosi escludere i casi in cui, ad esempio, il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza o quella del figlio che uccide la madre per motivi meramente economici.
Passando ai c.d. reati spia, che rappresentano degli indici importanti di un rapporto uomo-donna malato, che può pericolosamente degenerare, questi sono i dati operativi in possesso delle Forze di Polizia:
– atti persecutori (di cui quasi il 74% in danno delle donne nel 2017): 12.328 nel 2017 a fronte di 13.117 nel 2016;
– maltrattamenti in famiglia (di cui circa il 79,85 % in danno delle donne nel 2017): 13.995 nel 2017 a fronte di 14.247 nel 2016;
– violenze sessuali (di cui oltre il 90% in danno delle donne nel 2017): 4.261 nel 2017 a fronte di 4.046 nel 2016.
La difficoltà nel decidersi a denunciare nasconde un preoccupante un sommerso fatto di angoscia e solitudine. Spesso il primo passo è, infatti, il più difficile: la paura di essere giudicate, la vergogna di raccontare dettagli della propria vita privata, il timore di rimanere sole. A volte però basta solo una spalla a cui appoggiarsi, qualcuno con cui parlare senza il timore di essere giudicati, una rete di sostegno indispensabile per iniziare un nuovo percorso di vita libero dalla violenza e dal dolore.
Diventa, dunque, fondamentale l’azione di prevenzione e di informazione che la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato realizza a livello nazionale attraverso il progetto Camper, in cui équipe multidisciplinari fatte di funzionari di Polizia, medici, psicologi, rappresentanti di centri antiviolenza e di altre istituzioni e associazioni impegnate su questi temi, mettono a disposizione le proprie competenze per aiutare le donne a sentirsi meno sole e a liberarsi di violenze e sopraffazioni sempre nascoste. Campagna che nel corso di un anno ha portato ad oltre 64.000 contatti da cui sono emerse più di 500 segnalazioni all’autorità giudiziaria.
Da un punto di vista strettamente operativo, in tutte le Questure d’Italia è stato adottato dal 2017 il protocollo E.V.A. (Esame delle Violenze Agite), uno strumento che codifica le modalità di intervento nei casi di liti in famiglia e consente di inserire nella banca dati delle Forze di Polizia (SDI) – indipendentemente dalla proposizione di una denuncia o querela – una serie di informazioni utili a ricostruire tutti gli episodi di violenza domestica che hanno coinvolto un nucleo familiare. Protocollo E.V.A. che ha consentito finora di gestire ed analizzare in un anno più di 5.000 segnalazioni portando in 98 casi all’arresto in flagranza ed in 144 casi alla denuncia.
“Non basta applicare la legge, è necessario assicurare alla donna l’accoglienza, informazioni e sostegno necessari ad uscire dalla condizione di soggezione e isolamento che sta vivendo…perché ogni episodio di violenza contro una donna è una sconfitta per tutti” le parole del Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli.

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