Recensione Herzog al Milano Film Festival con Cave of Forgotten Dreams, un puro capolavoro

Un capolavoro, nientemeno. Fuor di retorica, Herzog, come sempre o quasi ha dimostrato di poter – ma soprattutto dover – fare, si lancia in un corpo a corpo vitale con le proprie immagini, i limiti e il senso di ogni storia.

 

L’atipico documentario tratta delle grotte di Chauvet, in Francia, nelle quali sono stati rinvenute le pitture rupestri più antiche della storia dell’umanità. Tuttavia, nonostante questo elemento centrale sia preponderante all’interno del film, ecco che dal principio Herzog mette al servizio della narrazione la sua straordinaria visionarietà e la capacità di costruire una sospensione nel tempo e nello spazio, calandoci direttamente all’interno del mito, se non proprio di una cosmogonia fattasi dato reale.

 

Preso atto che il lavoro è frutto di un’attività certosina di ricostruzione e sfruttamento delle tempistiche e degli spazi, forzatamente preclusi a curiosi e normali spettatori, Cave of Forgotten Dreams diviene veramente la cronaca in diretta di un’epifania, la luce che rischiara letteralmente l’oscurità da cui deriviamo. Nelle profondità di queste caverne giace il nocciolo stesso della vita umana, la scintilla d’immaginazione che 30.000 anni fa ha depositato immagini e ritualità su quei muri, innescando il cortocircuito che ha portato alla nostra civiltà.

 

Herzog, a cui è stata concessa poco più di una settimana di riprese per quattro ore al giorno, declina il suo viaggio come una scoperta progressiva, dove la suspense non è data dall’immagine negata, ma piuttosto dalla ricostruzione, strato su strato, dettaglio su dettaglio, del senso e delle caratteristiche delle immagini e delle incisioni rupestri specifiche. Nel far questo, sfrutta in maniera sublime le possibilità offerte dalla visione in 3D, la quale, piuttosto che giocare col registro dello spettacolare a tutti i costi, punta a fornire vere proprie texture credibili e il senso della profondità delle conche, ondulazioni e sinuosità varie delle rocce e dei sedimenti calcarei.

 

Il risultato, immersivo al massimo livello, permette di godere appieno dei disegni calcati sulle pietre, i quali a più riprese sfruttano l’andamento del materiale per effetti di profondità, o sovrapposizioni, scoperta d’interstizi e quant’altro. A legare e seguire la progressione, poi, concorrono le interviste condotte all’equipe di scienziati che si occupa di studiare le grotte, così come con tutta una serie di personaggi atipici (mastri profumieri, archeologi sperimentali) e diramazioni trasversali com’è d’uopo per la poetica del regista.

 

L’esperienza è unica. Il film funziona in maniera meravigliosa sia sul fronte del mero dato o dell’informazione specifica, sia sul piano della narrazione pura. Herzog conduce lo spettatore per mano all’interno della grotta e, portandolo sempre più addentro alla materia, ri-scopre incessantemente con lui la creatività stessa che è propria dell’uomo, le sue specificità, le condizioni in cui agiva e tentava di prosperare. Disseminando poi il lavoro di domande, poesia oratoria e divagazioni funzionali alla materia, non fa altro che farci vivere un viaggio epico ed estatico che risuona nei millenni e ancora rimbomba nelle nostre menti. Un’opera di cinema e divulgazione semplicemente eccezionale.

 

Complimenti vivissimi al Milano Film Festival e al Fai per la scelta. Nonostante i vari intoppi organizzativi e i ritardi, la visione si è rivelata come puro piacere audiovisivo.

 

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Daniele Ferriero

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