Intervista a Fabio Treves: 40 anni di Treves Blues Band raccontati a CronacaMilano

TBB - FOTO by IGOR FURLAN«All’inizio è stata davvero dura. Il blues non si conosceva. Quando proprietari e gestori di locali mi chiedevano cosa proponessi, rispondevo: blues! “Ah, blues, jazz, stessa cosa, no?”, il loro commento. No che non è la stessa cosa, replicavo io sbigottito».

 

Quella che, con un certo orgoglio, Fabio Treves chiama la sua “missione”, la si potrebbe sintetizzare con queste parole. Del resto, unanimemente riconosciuto il pioniere del blues in Italia, ha speso una vita a far capire in patria che la cosiddetta «musica del diavolo», da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere, altro non è che la musica con la “M” maiuscola. Il genere a cui sono debitori non solo jazz, rhythm & blues e rock, ma anche molta della musica con cui i ragazzi di oggi, per dirla alla maniera di chi ha qualche decina d’anni in più, si “sfondano” le orecchie a suon di bassi e decibel.

 

E se consideriamo, poi,  il tutto esaurito con cui il 25 gennaio, a Casale Monferrato, la Treves Blues Band ha inaugurato la serie di concerti organizzati per festeggiare il proprio quarantennale, la missione del Puma di Lambrate – soprannome omaggio a John Mayall, il Leone di Manchester – sembra più che riuscita. Vernedì 14 febbraio, inoltre, la band si sposterà alla volta del celebre Teatro Sociale di Como. Insomma, mica bruscolini…

 

«La tournée è cominciata oltre  i migliori auspici e per questo sono estremamente felice – ci racconta il Puma, al tavolino di una nota pasticceria milanese, mentre da dietro i suoi occhiali scuri sorseggia un caffè  -. Il teatro municipale di Casale Monferrato ha registrato il sold-out. Sono contento di aver fatto questa scelta, ovvero optare per nove teatri italiani, spazi in cui credo che il nostro blues, trovando la sua dimensione ideale, offra il meglio di sé. C’è la vicinanza col pubblico e questa è la cosa più importante».

 

Già, il pubblico. Il “suo” pubblico. Perché Treves ci tiene al di sopra di ogni cosa. E non mancherà di sottolinearcelo, più volte, nel prosieguo dell’intervista.

 

Quella della Treves Blues Band è una storia lunga, che ha origine nel 1974 a Lambrate, oggi giovane e moderno design-district, ma allora quartiere periferico e popolare, feudo della Innocenti e della sua prestigiosa Lambretta.  A ben guardare, un contesto ideale per una musica che affonda le proprie radici nel proletariato, seppur rurale e a stelle e strisce.

 

«Beh, io avevo cominciato il mio percorso musicale diciamo 10 anni prima – sottolinea il Puma con la sua aria pacata, talvolta quasi scanzonata -. Mio padre Gaddo ascoltava buona musica e questo mi ha aiutato molto a capire l’importanza del blues, del jazz, il fado, i cantautori americani di protesta. Quindi, quando a metà degli anni 60 sono arrivati in Italia il blues inglese, il soul e il rhythm and blues, si può dire che io già sentissi questa musica a me familiare. Nel ‘74 ho deciso di iniziare questa follia, costituire un gruppo di blues. Abbiamo cominciato a suonare in tutti i circuiti possibili: case di riposo, scuole, fabbriche, piazza, feste alternative, concerti a sottoscrizione, centri sociali occupati. Un numero esorbitante di concerti che mi ha permesso di farmi conoscere come bluesman».

 

Come mai hai scelto proprio l’armonica per esprimere il tuo blues? In molte biografie si legge che hai cominciato con l’organo, per passare al basso, poi al sax-alto, al clarinetto…

«Eh sì, li ho provati davvero tutti. Poi mi sono detto: “Basta, non insisto più”. Un bel giorno, credo nel 1965, al Palalido di Milano, mi è capitato di assistere ad un concerto e c’era un tipo che suonava l’armonica, che tra l’altro era il mitico Mal dei Primitives. Dentro di me si è acceso qualcosa. È stato in quel momento che ho realizzato che l’armonica, che è anche lo strumento principe del blues e il più diffuso al mondo, sarebbe stata la protagonista anche della mia musica. Tutti i grandi musicisti hanno iniziato, bene o male, con l’armonica: dai Beatles, con “Love me do”, a Bob Dylan, i Rolling Stones, fino ad arrivare a Bruce Springsteen. Questo perché l’armonica riesce a ricreare determinate atmosfere come nessun altro strumento. Io ho iniziato con una classica armonica diatonica, che tra l’altro all’inizio suonavo malissimo. Sono andato avanti per anni e anni a suonare ed esercitarmi…».

 

Che differenze sostanziali trovi tra la Milano, l’Italia di allora, quando hai mosso i primi passi, e oggi?

«Lo spirito e l’approccio alla musica blues di allora era assolutamente pionieristico. Non c’era Internet, per esempio, e tutta quella valanga di informazioni che è in grado di offrirti. Ricordo che per entrare in possesso di nuove canzoni mi sintonizzavo alla radio cercando di registrare ciò che mi sembrava interessante e poi lo facevo sentire agli amici. Era tutta una ricerca continua. Ci si sparava chilometri anche solo per andare alla ricerca di un certo disco. Oggi, invece, basta un clic ed hai a disposizione una mole immensa di dati e notizie, standotene comodamente seduto in poltrona a casa tua».

 

Nella tua lunga carriera hai suonato e collaborato con alcuni tra i più grandi artisti a livello italiano e, soprattutto, con autentiche leggende del panorama musicale mondiale. Tra questi, per un motivo o per l’altro, chi ti ha lasciato di più?

«Guarda, la magia, l’alchimia, l’incontro di sguardi che ho avuto con Zappa credo sia stato uno degli incontri più belli della mia vita. Non basterebbe un’intervista di ore… Ho avuto la fortuna di essere accettato dal Genio di Baltimora. Ho avuto la sua stima, il suo rispetto. Sono stato citato nella sua biografia ufficiale e sono stato chiamato due volte sul palco da lui. Detto questo, però, tutti mi hanno lasciato qualcosa, che si trattasse di blues o altro. Anche la collaborazione con gli Articoli 31, per esempio, è stata molto gratificante. Così come quella con il grande Angelo Branduardi o Pierangelo Bertoli. Grande feeling anche con Adriano Celentano ed Eugenio Finardi. In definitiva posso dirti che aver suonato l’armonica in dischi di artisti non dediti al blues è stata una bella ed appagante esperienza».

 

Se dovessi fare un bilancio di questi 40 anni di musica…

«Per quanto importanti, non sono né i dischi che ho realizzato né le collaborazioni, anche prestigiose, che ho avuto a fare la differenza. Neanche il successo. se devo dirla tutta. È il pubblico. Se non ci fosse stata la gente, non ci sarebbe stata la Treves Blues Band. Alla fine è una questione di dare e avere. Io ci ho messo passione, entusiasmo e ricerca. Il fatto di esser riuscito a traghettare a tutti una musica allora definita per pochi intimi o, per usare un termine che non ho mai sopportato, di “nicchia”, che mi evoca qualcosa di vecchio, polveroso e stantio, beh, mi inorgoglisce. E il pubblico mi ha ripagato con tanto, tanto affetto. Del resto, il blues in America è la musica popolare per eccellenza e mi fa piacere constatare che anche nel nostro Paese stia diventando la musica della gente, del popolo. Ormai, anche da noi, esistono tantissime rassegne di blues, forse anche più di altri generi musicali come il rock o il jazz».

 

Qual è il pubblico, oggi, della Treves Blues Band?

«Il mio pubblico non è fatto solo di gente della mia età, altrimenti mi sarei ritirato da un pezzo. Sicuramente, questa fedeltà da parte di coetanei che hanno condiviso il mio percorso artistico mi fa piacere, ma ora il futuro è dei giovani. Ed è per questo che mi lusinga constatare che tra i miei fans ci sono anche tanti giovani. Una soddisfazione che non ha eguali».

 

E a proposito di giovani: il fatto che tu ti avvalga della collaborazione di un giovane chitarrista come Alex “Kid” Gariazzo, è una scelta casuale o vuole proprio fungere da ponte generazionale?

«Quella di accoglierlo con noi è stata una scelta ponderata, musicalmente parlando, ma del tutto casuale. Alex ha iniziato a suonare con noi all’età di 21 anni (classe 1972, n.d.a.). Lo considero un po’ il mio figlioccio del blues. È una persona molto preparata che studia e si informa costantemente. Sicuramente il fatto di avere un chitarrista giovane tra le nostre fila ha permesso a molti giovani di approcciarsi al blues e riconoscerne la bellezza. Purtroppo, per molto tempo la gente ha avuto l’idea del blues come di una musica facile e ripetitiva, al limite del noioso».

 

Che cos’è quindi il blues per Fabio Treves?

«Ci tengo a precisare che il blues non rappresenta la “sfiga”. Non è una musica ripetitiva che, nell’immaginario comune, vuole il musicista di colore che si abbandona ai suoi sfoghi sulla vita, al fatto che non abbia i soldi per pagare la casa o che la sua donna lo abbia lasciato. Il blues è la musica che racchiude in sé tutti gli stati d’animo: la passione, l’incontro, l’abbandono, il riscatto, la voglia di non omologarsi, la voglia di libertà. Non esiste un solo tipo di blues, ma tantissimi generi di blues. Ognuno di noi può raccontare il proprio, che sia una storia triste o felice. Il vecchio blues degli schiavi di colore, fortunatamente, si è evoluto e diffuso, finendo per raccontare la vita di tutti i giorni. Il blues ha dato origine al jazz, al rhythm and blues, al rock: non si può non amare».

 

Molte volte hai parlato della tua come di una “missione”. A cosa ti riferisci?

«Intendo far capire alla gente come nasce il blues e come si sviluppa. Il blues è una musica da ascoltare, ma anche da ballare. Non è una musica da ingessati. Nei grossi appuntamenti, quelli all’aperto, vedere la gente che balla non può che farmi piacere. Blues significa apprezzare le cose belle e sane. Una musica che richiede umiltà d’animo».

 

Quali sono i programmi per il futuro di Fabio Treves e la sua band?

«Innanzitutto, portare a termine questi concerti per il quarantennale della Treves Blues Band. La prossima tappa del tour è prevista il 14 febbraio al Teatro Sociale di Como, considerato un po’ una  piccola Scala, dove vengono allestite opere molto importanti. Davvero un grande motivo di soddisfazione, anche perché per la prima volta vi si potrà ascolterà il blues di una band italiana. E poi, terminare il 2014 con il concerto di chiusura che, ti anticipo,  terremo a fine novembre a Milano. Il mio progetto è quello di riempire il posto in cui suoneremo. Questo è l’imperativo categorico».

 

E viste le premesse di inizio tour, tutto lascia pensare che il Puma di Lambrate non rimarrà certo deluso.

 

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S.P.

 

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