Terapie Alzheimer: danza, arte e pet therapy migliorano la vita dei malati

Lungi dall’essere una soluzione di comodo o fantomatica illusione, sempre più spesso viene riscoperta dalla scienza medica ufficiale l’importanza di terapie che puntano a “curare” lo stato psichico del paziente come atto essenziale agli interventi farmacologici.

 

Nello specifico, soprattutto nel caso di malattie neuro-degenerative quali l’Alzheimer, si è voluto condurre studi appropriati nei confronti di tipologie di cura che sebbene esulino dalle risorse della scienza medica istituzionale, mantengono un’impronta precisa ed utilissima per chiunque soffra di tale patologie.

 

Difatti è essenziale dire che tali risorse non sostituiscono le normali procedure di cura, ma piuttosto ne coadiuvano il processo al fine di una riuscita più efficiente e duratura. Pensiamo alla pet therapy, innanzitutto, ma anche all’arte terapia e alla danza movimento.

 

Queste casistiche di intervento ausiliario nel trattamento delle malattie sono state illustrate nel corso del convegno tenutosi a Milano durante la XVIII Giornata Mondiale dell’Alzheimer. A presiedere l’evento la Fondazione Manuli-Onlus che in collaborazione con UniCredit Foundation ha presentato i risultati delle ricerche svolte proprio in funzione del miglioramento della qualità di vita dei malati.

 

Tali interventi complementari, incentrati sulle arti, la musica o forme di empatia con esseri viventi, hanno dimostrato di poter alleviare la sofferenza dei malati, aiutandoli a uscire dal forzato isolamento e dimostrando di poter rallentare il processo di perdita delle competenze e della memoria. Non da meno, naturalmente, si è potuto constatare quanto tali soluzioni abbiano permesso il perpetuarsi di stati mentali positivi in grado di giovare su più fronti nei riguardi degli stessi pazienti.

 

Cristina Manuli, Presidente della Fondazione Manuli Onlus e Maurizio Carrara, Presidente di UniCredit Foundation hanno tenuto a sottolineare quanto tali indagini, pur rappresentando traguardi interessanti, sono solo l’inizio di un percorso e un contesto del tutto nuovi, in cui non esistono certezze ma solamente presupposti da cui partire per indagini più approfondite e risultati più solidi e duraturi.

 

Risultati che si spera possano crescere giorno dopo giorno. Per ora, gli studi condotti su pazienti con diagnosi di Malattia di Alzheimer lieve o moderata lasciano ben sperare. Divisi e randomizzati in due gruppi, uno di controllo e uno sottoposto ad attività complementare per ogni terapia, hanno proseguitole speciali cure per un periodo di 9 mesi, da marzo a novembre 2010. Come strumenti di indagine sono stati utilizzati il Mini-Mental State Examination Test, la Disconfort Scale e la Scala di osservazione sulle Reazioni Emotive e Comportamentali in Seduta, che consentono di valutare in diretta le reazioni comportamentali ed emotive durante ogni seduta.

 

A fronte di un numero sempre crescente di nuovi malati (si parla della spaventosa cifra di 80.000 nuove persone malate ogni anno) è giusto e corretto tentare anche strade pionieristiche in grado forse di restituire serenità al malato e aiutarlo nella lotta contro la malattia. Soprattutto se, come pare essere il caso, la sfera emotiva, psicologica e cognitiva dei pazienti pare risentire positivamente delle tecniche adottate.


Daniele Ferriero

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