Odissea Agenzia delle Entrate Milano, le disavventure di un giornalista che doveva “solo” rinnovare la patente

logoFare un viaggio in Amazzonia, nel cuore della foresta, è certamente pericoloso e si possono guadagnare tanti guai. Ma viene difficile pensare che una valanga di guai possa venire anche dal semplice rinnovo della patente. I più colpiti sono quelli nati in famiglie affettuose. A molti di loro sono stati attribuiti, al momento della registrazione all’anagrafe, più nomi. Giusto per ricordare ed onorare i nonni. Ma questi celebrati nonni non avrebbero mai pensato, tanti e tanti anni fa, di diventare dannosi per i propri nipotini.

 

L’ANTEFATTO– Ecco la storia: dovevamo fare un atto banale, rinnovare la patente. Fatta la visita abbiamo scoperto che gli uffici della Motorizzazione non avrebbero accettato il rinnovo della patente per… un’incongruenza sul codice fiscale. E questo perché il codice riportava solo il primo nome, mentre l’anagrafe ne custodiva ben quattro. Però quel codice fiscale, tutto sommato, ci era stato attribuito proprio dall’ufficio delle imposte. Tanti anni fa, ma anche tanti anni fa i nomi di battesimo erano gli stessi. Quindi qualche fesso, da qualche parte, a suo tempo sbagliò a compilare il codice fiscale.

– Un normale cittadino, di un normale paese del globo, si aspetta che l’ufficio pubblico, scoperto l’errore, provveda a correggerlo ed a comunicarlo al malcapitato. Nessun cittadino, invece, riesce a spiegarsi per quale accidenti di motivo uno che rinnova la patente debba esibire il codice fiscale. Ma qui siamo in Italia, dove tutto ciò che è folle diventa normale.

– Ci rassegniamo a richiedere un nuovo codice fiscale, completo dei nomi dei nonni. Per questo ci rechiamo presso l’Agenzia delle Entrate di Milano, di prima mattina.

 

L’ARRIVO ALL’AGENZIA DELLE ENTRATE – Ora passiamo alla cronaca: l’ufficio è all’interno di un elegante salone; alcuni cartelli, per la verità minuscoli, informano i malcapitati che per accedere alla sala di tortura, cioè agli sportelli, occorre prima di tutto passare dall’ufficio informazioni, non facendo una normale coda, ma canalizzandosi sulla coda giusta in funzione della proprie esigenze.

 

TANTE CODE, UNA SOLA IMPIEGATA – Naturalmente eseguiamo e ci mettiamo nella coda per il codice. Attendiamo con pazienza il nostro turno, ma non ci spieghiamo per quale motivo le code siano divise secondo la tipologia, infatti dietro il bancone… di impiegate ce n’è sempre una, e una soltanto. Scrupolosamente priva di cartellino e che si sposta da una coda all’altra per soddisfare le svariate esigenze. Mentre le altre code languono in attesa.

 

L’INIZIO DELLA FINE – Piuttosto seccati per la presa visione della inutilità di questa complicazione organizzativa, alla fine arriviamo al cospetto dell’impiegata. Spiegato il problema, ci viene consegnato un modulo da riempire e ci viene chiesto di fotocopiare la carta d’identità per la verifica dei nomi.

– Nel salone – e ci viene con insistenza indicata – è presente una macchina fotocopiatrice “a disposizione” del pubblico. A disposizione, infatti, si fa per dire, poiché si tratta di un’apparecchiatura che, come recita il cartellino, è di proprietà di un’azienda privata e che con un certo orgoglio espone una gettoniera nella quale vanno inseriti i quattrini. Dunque, ci rassegniamo a foraggiare il simpatico imprenditore e versiamo la gabella.

– Naturalmente fotocopiamo solo la parte dove sono indicati i dati anagrafici, il retro che riporta la scadenza non lo riproduciamo. Infatti, ragionando per logica, se l’ufficio deve verificare i nomi si può accontentare solo di un lato della carta d’identità, visto che notoriamente quando le carte d’identità scadono quasi sicuramente i nomi dell’interessato non cambiano.

– Torniamo dall’impiegata (senza cartellino) che immediatamente ci fa notare che occorre anche il retro per verificare che non sia scaduta. Anzi, con un certo cipiglio ci dice che le carte d’identità vanno sempre copiate da tutte e due le parti. Torniamo, quindi, a fotocopiare e accontentiamo le stranezze dell’animo umano.

 

“SONO PUR SEMPRE UN GIORNALISTA!” – A questo punto ci mettiamo in attesa dei favori del cartellone luminoso che snocciola i numeri, ma abbiamo l’animo in subbuglio per il tempo perso a causa degli errori altrui.

– D’un tratto, però, ci ricordiamo di essere dei giornalisti e ci pare giusto raccontare quali calvari devono subire i cittadini per ottenere un banale rinnovo di patente. Quindi decidiamo di scrivere il presente pezzo e decidiamo pure di provare a scattare una foto del salone. Alziamo il cellulare e, forse, la scattiamo. Ma forse no.

 

IN UN ISTANTE, IL FINIMONDO  – Scoppia l’iradiddio! In sequenza arrivano un’impiegata, due guardie private con pistolone al fianco e un generale di corpo d’armata degli uscieri che si qualifica come addetto alla sicurezza. Tutti in coro dicono che occorre il permesso per fare la foto.

– Ovviamente non è così, non si tratta di un luogo privato, ma di un ufficio aperto al pubblico. Quindi il giornalista può lavorare in santa pace (osservando la privacy dei soggetti nell’utilizzo dell’immagine). Come prescrivono le leggi e come detta il buon senso. Se non fosse così non avremmo i giornali.

 

L’INTERVENTO DEI CARABINIERI – Tuttavia il “gruppo d’intervento rapido” insiste, cita il proprio regolamento interno, contatta una fantomatica responsabile dei rapporti con la stampa la quale, invece di interloquire con il giornalista visto che è pagata per questo, scegli di chiamare i Carabinieri. Che arrivano per davvero e, poiché ben più preparati, ovviamente si limitano a verificare il nostro tesserino, rendersi subito conto che si tratta di una tempesta in un bicchiere d’acqua.

 

L’ARRIVO DEI VERTICI DELL’AGENZIA – Lo psicodramma sembra ritornare nei ranghi. Invece ci sbagliamo.

– Mentre siamo seduti allo sportello per completare la nostra pratica, arriva vociante un signore che si qualifica come il Direttore Regionale dell’Agenzia delle Entrate. Un pezzo grosso, insomma, ma talmente grosso che fa impallidire l’impiegata che ci stava attribuendo il codice fiscale.

– Il direttore continua a vociare, eruttando giudizi negativi sul nostro operato e non contento ci intima di presentarci nuovamente davanti ai carabinieri. Così noi finiamo la pratica e ritorniamo dai carabinieri i quali, corretti come sempre, ci comunicano che non hanno niente da aggiungere.

 

L’EPILOGO: RIDERE O PIANGERE? QUESTO E’ IL PROBLEMA – E qui arriva un epilogo degno del Delitto e Castigo di Dostoevskij: il dirigente dice che ci rivedremo in tribunale. Ci denuncerà, chissà per quale fantascientifico reato.

– Ce ne andiamo piuttosto divertiti, ma anche un po’ pentiti. Abbiamo pensato che quell’ufficio lavorasse in maniera un po’ bizantina sulle pratiche fiscali. Ma forse ci siamo sbagliati, visto l’apparato e gli alti gradi mossi per l’eventuale foto del salone… evidentemente si occupa di altro.

 

INVIATECI LE VOSTRE FOTO E SEGNALAZIONI – Per le vostre segnalazioni e foto circa incidenti, emergenze, autovelox nascosti, strade dissestate e buchi sul manto stradale, disagi sociali, odissee burocratiche, truffe, rapine, aggressioni, zone carenti di sicurezza, aree preda di degrado o spaccio, problematiche sui mezzi pubblici, borseggi, maltrattamenti sugli animali o altro, scriveteci a redazione@cronacamilano.it

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Maurizio Gussoni

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