Comitato dei Piccoli Imprenditori Invisibili, contatti, recapiti, aiuti per chi non ce la fa più

Ogni giorno le piccole e piccolissime attività imprenditoriali sparse in ognuna delle città d’Italia rischiano di scomparire o scompaiono proprio, incapaci di tenere il passo con tasse, concorrenza, globalizzazione. Tanti imprenditori, disperati, si sono suicidati. Tanti meditano di farlo. Tanti si vedono portare via la casa dopo 40 anni di lavoro, perché i clienti non pagano e i debitori non concedono eccezioni. Per tutti loro, Giuseppina Virgili ha creato il Comitato dei Piccoli Imprenditori Invisibili. Di seguito l’accorata lettera scritta da Alessandra Milizia, nella quale si spiegano il motivo dell’iniziativa, gli obiettivi proposti, il perché è necessario unirsi per dar voce a situazioni, altrimenti, di disperazione invisibile. “E se avete bisogno di informazioni o volete unirvi a noi, scrivetemi”, conclude Milizia, “che tanto qui non c’è nessun ministero della malora. E rispondo sempre io”.

 

Noi invisibili

 

I governi cambiano, le tasse aumentano, le banche non danno credito e, se lo danno, lo rivogliono con interessi da usura. La burocrazia svilisce, la concorrenza è sleale ed offre prezzi imbattibili, il lavoro manca ed anche quando c’è, i pagamenti sono troppo in ritardo, sempre che arrivino. Per qualsiasi piccolo imprenditore che voglia rimanere sul mercato guadagnandosi onestamente da vivere, a volte sembra proprio che tutto remi contro di lui.

 

Alcuni persino non ce l’hanno fatta.

 

Chi si è impiccato nella sua officina, chi si è sparato un colpo in testa, chi si è gettato dal balcone. Storie tremende, terribili. Che a sentirle viene la pelle d’oca. Storie di un orgoglio che non cessa di esistere nemmeno davanti all’obbligo del tutto indesiderato di dover licenziare quelle stesse persone che “dipendenti” non possono essere chiamate: gente di famiglia, che è con te da decenni e che non hai il coraggio di lasciare in mezzo ad una strada.

 

L’ha pensata così Roberto Manganaro, 47 anni di Catania: ha ingoiato una quantità sufficiente di barbiturici da non essere costretto a dare una bruttissima notizia ai suoi meccanici. Meccanici che, poi, di brutte notizie, ne hanno ricevute ben due.

 

L’ha pensata così il settantunenne Giovanni Schiavinato a Treviso, che si è allontanato da tutto e tutti per affogare in un fiume con le tasche piene di pietre. Per morire in silenzio, come fanno i cani.

 

L’ha pensata così il cinquantanovenne di Vigenza (PD) Giovanni Schiavon, che per insoluti di 250.000,00 euro si è sparato un colpo in testa. E continuano a pensarla così minuscoli imprenditori che, se non altro, pensano in tal modo di creare notizia dando un futuro ai loro figli.

 

Dal 2008 ad oggi l’hanno pensata allo stesso modo oltre 2500 piccoli imprenditori. Lo sapevate?

Chi schiacciato dalle tasse, chi aspettava soldi dallo stato, chi con la casa ipotecata per debiti non suoi. Le storie sono tutte diverse ma hanno una costante: la disperazione.

E non si tratta di persone molto ricche improvvisamente cadute in disgrazia, oh no. Si tratta di gente comune, di piccoli / micro imprenditori che, pur con tutta la buona volontà, onestà e trasparenza, non ce l’hanno proprio fatta. Si tratta della concessionaria di motorini all’angolo che ti ripara anche la catena della bicicletta, della falegnameria di provincia che su richiesta ti fa una mensolina per la cameretta dei bimbi, della piccola casa vinicola in cui il titolare, d’estate, va a raccoglier l’uva con i figli ed i nipoti.

 

Questa non è gente di Confindustria perché quelli, invece, una scappatoia la trovano sempre.

Non è gente potente né con quel pelo sullo stomaco che molti, troppi hanno. Non è gente che segua un filone politico, un’ideologia, se non quando vanno a votare. Perché la vita quotidiana è una cosa, la politica un’altra. Si tratta del panettiere che non sa nemmeno se è di destra, di centro o di sinistra, della gelateria continuamente disturbata da qualche balordo ubriaco, del calzolaio col grembiule nero di lucido e della lavanderia che ti avverte che lavare con acqua le copertine del divano è rischioso. Si tratta di persone che con orgoglio ti offrono il loro biglietto da visita “New Fashion di G.Mussa” e quel Mussa è quasi sempre quella mano lì che ti dà il biglietto.

 

Non si tratta di ministeri che per parlare con qualcuno che può decidere ti tocca aspettare ore in linea, no. Ci parli subito, perché il Sig.Mussa decide, fa, cuce gli abiti e pensa alla contabilità. E quando il telefono suona lui è lì e risponde magari un po’ burbero, ma essenziale, sostanziale.

 

Sei piccolo, paghi. E nessuna agevolazione per chi non ce la fa. Paga, non ti fermare. Che altrimenti ti portano via la casa, la macchina, tutto quel che hai.

 

Petrolini disse: “Da dove vuole che li prendano i soldi? Dai poveri: ne hanno pochi, ma sono in tanti”. Aveva forse torto?

 

Si tratta, Signori, della spina dorsale del nostro paese, senza la quale nessuno di noi sopravvivrebbe. Ed è quella spina dorsale formata da tanti piccolini (milioni) che reggono ancora quel che è rimasto da reggere, senza pretendere che una trasmissione televisiva pubblica si interessi delle loro fatiche. Cercano di far bene, e lo fanno sempre.

 

E’ quella spina dorsale che la maggioranza delle istituzioni prende a bastonate con cavilli ridicoli, trovate assurde pur di spillare danaro, botte da orbi. Eppure è lì, anche se qualcuno non ce la fa.

 

Era lì Giacomo Verrua, nella sua bella falegnameria che si è fidata dell’amministrazione delle Olimpiadi invernali di Torino che ha chiesto materiali e lavori. E che non ha pagato. Era sbigottito dal vedere la sua casa (non una villa settecentesca con piscina, intendiamoci) ipotecata e poi messa all’asta. Terrorizzato dal pensiero di non riuscire nemmeno più a procurare un pasto decente ai suoi figli. Ed è lì che lotta con unghie e con i denti, per rimettersi in pista.

 

Era lì Carlo Gaiero, letteralmente fregato dallo Stato. Lui voleva far del bene con i suoi piccoli aerei, aveva messo in opera una piccola impresa che, in accordo (scritto) con il governo e la protezione civile, doveva occuparsi di spegnere gli incendi d’estate. Facendoci risparmiare tutti. Investe, si fa carico di tutto, ci pensa lui. E poi gli dicono che, no grazie, avremo anche firmato e confermato, ma i soldi non te li diamo. E non glieli danno, anche se sui quotidiani è comparso più volte lui della pubblicità della Nivea. Staranno aspettando che muoia, così si tolgono il pensiero.

 

Era lì anche Giuseppina Virgili, titolare di una piccola azienda di moda ad Empoli. Era lì quando troppi cinesi sono arrivati a rubarle il lavoro senza pagar tasse e facendosi beffe delle norme di sicurezza sul lavoro, nonché dell’illegalità del lavoro minorile. Era lì attonita quando i clienti hanno cominciato a non pagare. E quando tutti gli istituti di credito le hanno rifiutato il credito, ha chiuso i battenti. Dopo 35 anni di lavoro.

 

Erano lì in tantissimi, ed alcuni ci sono ancora. Fanno quel che possono, e sono stanchi, arrabbiati.

 

Ma c’è chi persino gioisce del diradarsi di tanti piccoli, minuscoli imprenditori. Li ho letti, con sgomento. “Io onestamente sono felice se si ammazzano, non hanno fatto altro che arricchirsi”.

 

Eppure la verità è dappertutto: le saracinesche si abbassano, i cartelli “Vendesi” abbondano sempre più, nei tribunali fioccano istanze di fallimento. Oltre 360 i lavoratori dipendenti che hanno seguito e condiviso la scelta dei loro datori di lavoro: un cappio al collo e via, finisce tutto.

 

Ma come si può pensare che le aziende chiudano solo per far dispetto a chi ci lavora? Da dove arriva tutto questo vergognoso livore, questo odio sociale che vorrebbe vederli tutti morti, come fossero i soli responsabili delle miserie e difficoltà altrui?

 

Proprio Giuseppina, che ora vive della pensione di suo padre ottantenne e bussa alla Caritas per avere qualcosa da mangiare, non ha perso entusiasmo ed ha creato, ad inizio 2012, un comitato il cui nome la dice lunga: Comitato dei Piccoli Imprenditori Invisibili. Sono con lei Giacomo Verrua, la giovane restauratrice Debora Scavazzon, Giampiero Dugo. Altri minuscoli imprenditori che proprio non ci stanno, che non hanno nessuna intenzione di levarsi di mezzo e non accettano questo status quo.

 

Perché è tempo che pensino per conto loro, che tanto i governi esistono solo per dar retta alla Rai che vuole far pagare il canone anche se hai solo un telefonino, o per dare il via alle tasse sull’ombra che un’insegna commerciale crea sulla strada.

Perché non è mai esistito nulla per tutte queste micro imprese a misura d’uomo che offrono servizi, cortesia, che ci mettono del loro.

 

Ed è ora che qualcuno li ascolti e parli con loro, ma senza illuderli o fregarli, cercando di aiutarli. Perché sono una bomba ad orologeria pronta a scoppiare e sulla quale siamo stati tutti seduti per troppo tempo.

Perché aiutando loro si aiuta TUTTI.

E’ anche ora che tutti quelli che meditano il suicidio, capiscano che non serve a nulla. Perché gli invisibili rimangono invisibili anche (e soprattutto) da morti.

 

Invece che piangere da soli, possono farlo insieme. Sia mai che da mille lacrime spunti un sorriso, un contatto, una soluzione alla quale non avevi pensato perché hai perso la voglia di guardarti allo specchio. Perché più teste ragionano meglio di una soltanto, perché sono davvero tanti quelli che, realmente, non sanno più dove sbattere la testa ma non mollano.

 

Devono far da sé, conoscersi e smetterla di pensare solo al proprio orticello (che ora sta andando a fuoco), bisogna rendersi conto che, con l’aria che tira (secondo l’opinione pubblica ogni commerciante o piccolo imprenditore che sia, evade le tasse ed è un disonesto) chi ora sta bene, domani potrebbe star male.

 

Perché lo Stato è un socio di maggioranza che non lavora, che si interessa solo dell’attivo (anche quando non c’è), e, a suon di pignoramenti, pretende la sua parte in anticipo, anche se il lavoro non ce l’hai.

 

Anzi, dico “Dobbiamo” unirci tutti. Perché anche io sono una piccola imprenditrice che non si adegua, né ora né mai, ad un destino che altri hanno deciso per me. E lo faccio unendomi al Comitato.

 

E lo faccio, e lo farò, anche e soprattutto il 9 Marzo 2012 alle 20.30 in Via San Gregorio 55 a Milano, durante la Fiaccolata che abbiamo organizzato con Giuseppina e Giacomo, in tre diverse città italiane, le nostre: Firenze, Milano e Torino.

 

Lo faremo con tutti coloro che vorremmo si unissero, ricordando quei moltissimi che hanno voluto perdere la loro vita sotto il peso infamante del fallimento e la vessazione di una strada senza uscita.

 

Venite anche voi a farlo. Chiunque voi siate, perché questo riguarda tutti. Basta una candela da poco ed un pochino di carta stagnola intorno alla fiamma. Senza proclama, senza rumore. Nel silenzio invisibile di chi, invisibile, non vuole essere più.

 

E se avete bisogno di informazioni o volete unirvi a noi, scrivetemi.

Che tanto qui non c’è nessun ministero della malora.

E rispondo sempre io”.

Alessandra Milizia

 

www.copii.it

– alessandra.milizia@gmail.com

1 COMMENTO

  1. Ciao Alessandra, mi aggiungo agli altri sfortunati come me e ti racconto in breve la mia storia.
    Sono un commerciante di abbigliamento ( 7 camicie ), abito a Trapani, ho 52 anni e mi trovo in una situazione economica disperata, senza vie di uscita, intrappolato, ingabbiato da tutte le parti, non so più cosa devo fare per tirarmi fuori da ciò.
    La mia attività ha quasi 8 anni che esiste, i primi 4 – 5 anni andava discretamente bene, avevo 2 impiegate, riuscivo a pagarle e pure le tasse, le utenze gli affitti e persino i contributi.
    Dal 2010 per colpa di questa maledetta crisi, le cose sono cominciate a crollare vertiginosamente sempre più in giù e per abbreviare, avendo prezzi al pubblico medio alti, ho perso sempre più clienti che cercavano solo prezzi più bassi, fino al punto di perderli tutti e così sono stato costretto a licenziare le impiegate, e ad accumulare sempre più debiti. Purtoppo l’ azienda ha proseguito sempre nella sua filosofia di non abbassare i prezzi, danneggiandoci gravemente.
    Adesso mi trovo con un debito verso la mia azienda di 25.000 euro, ( merce inpagata ), coperto da fideiussione bancaria, banca Unicredit con la quale precedentemente ( esattamente 5 anni fà ), ho stipulato un prestito ipotecario di 50.000 euro ed alla quale devo ancora 25.000 euro che vado pagando con rate da 554.00 euro mensili.
    Quindi il mio debito totale è di 50.000 euro, ( 25 all’azienda e 25 alla Unicredit). Non si tratta di cifre pazzesche come vedi. Mi sono rivolto ad un sacco di banche e finanziarie, ma nessuno mi dà questo credito.
    Finisco col dirti che l’azienda vuole pagata la merce minacciandomi di prendersi la fideiussione bancaria, la banca mi ha detto che deve pagare l’azienza ma vuole subito che io copra questa cifra che però attualmente non dispongo. Allora mi dicono che mi vogliono mettere l’unica casa dove vivo di mia proprietà, all’asta.
    Non ho quasi più merce in negozio, solo 40 camicie, quindi non incasso più niente e l’azienda non mi manda più merce se non la pago prima, 5 affitti arretrati da 1.071.15 euro cadauno, e il 16 corrente mese ho l’udienza per sfratto. COME POSSO USCIRE DA TUTTO CIO’ ?? HO UN FIGLIO CHE DEVE INIZIARE L’ UNIVERSITA’ A TORINO ED UNO PICCOLO DI 7 ANNI. Mia moglie per fortuna lavora ma con 900 euro al mese….. è dura. COSA GLI POSSO DIRE ?? PENSO SPESSO AL SUICIDIO, MA QUANDO PENSO A LORO SENZA DI ME …… CHE SHOC CHE DOVREBBERO SUBIRE, E ALLORA DESISTO E MI DICO CHE DEVO ANDARE AVANTI. MA CHE VITA E’ QUESTA ?????
    Scusa per il mio sfogo, ma almeno mi sono liberato un pò da tutti i pensieri brutti che mi attanagliano.
    Comunque se continua così, penso che chiuderemo tutti, le nostre attività.
    Molti particolari sempre negativi, non li ho mensionati, sarei stato troppo lungo, ma ce ne sarebbero ……….a iosa………
    Ciao un caro saluto Maurizio un TRISTE COMMERCIANTE FALLITO !!!!!!!!!

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