La “tragedia” del Made in Italy

Aziende che non sono più italiane per colpa della elevata tassazione (le tasse hanno pesato troppo sul costo del lavoro) ma soprattutto per la brutta politica

I tedeschi di HeidelbergCement hanno acquisito Italcementi. Un altro pezzo del Made in Italy va all’estero. I marchi che non sono più italiani nel corso degli ultimi anni sono troppi: industrie manifatturiere, marchi della moda e dell’agroalimentare.
Lunga è la lista delle case italiane dell’industria alimentare finite in mani straniere a partire dal lontano 1993, quando gli svizzeri della Nestlè si comprarono il marchio Italgel (Gelati Motta, Antica Gelateria del Corso, La Valle degli Orti) e il Gruppo Dolciario Italiano (Motta e Alemagna). Quest’ultimo è poi ritornato in mani italiane grazie alla Bauli di Verona. Attualmente Nestlè controlla l’ex Italgel insieme a surgelati e salse Buitoni. Il colosso elvetico possiede anche l’acqua minerale Sanpellegrino e controllate (Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna). Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori sono proprietà di Lactalis, il Re del Camembert che si è comprato Parmalat nel luglio del 2011, mentre gli oli Cirio–Bertolli–De Rica sono stati presi nel 1993 da Unilever, che poi li ha ceduti nel 2008 alla spagnola Deoleo, già titolare di Carapelli, Sasso e Friol.
Nel lusso che siano gli yacht di Ferretti, di proprietà di Shandong Heavy Industry-Weichai Group, o le collezioni di Krizia, di proprietà di Marisfrolg Fashion Co, il lusso piace al capitalismo cinese. Grandi predatori sono anche i francesi: Lvmh, titolare di Loro Piana e di Bulgari, e Kering che ha fatto man bassa di marchi, da Gucci a Bottega Veneta, da Pomellato a Dodo, da Sergio Rossi a Brioni. Valentino è nelle mani di Mayhoola Investments (Qatar) e quel che resta di Gianfranco Ferrè di Paris Group (Dubai), mentre La Rinascente appartiene alla thailandese Central Group of Companies. In mani americane è invece Poltrona Frau, rilevata da Haworth.
Nel settore dell’energia e telecomunicazioni la situazione è più drammatica, perché tocca le nostre reti e la nostra energia. Parla francese Edison (Edf), e Saras è bilingue, controllata oltre che dai Moratti dai russi di Rosneft. È invece nelle mani della russa VimpelCom la compagnia telefonica Wind. Telecom è controllata, da poche settimane, dai francesi di Vivendi. Fuori da Piazza Affari, State Grid of China ha il 35% di Cdp Reti, la scatola in cui sono detenute le partecipazioni di controllo di Terna e Snam, e Shanghai Electric il 40% di Ansaldo Energia.
Nel trasporto l’industria ferroviaria nazionale è oggi completamente in mani straniere. La Fiat Ferroviaria è controllata da Alstom dal 2000, mentre la Tibb (Tecnomasio-Brown Boveri) è passata prima sotto la Daimler Benz-AdTranz (1996) e poi sotto la canadese Bombardier (2001). È dello scorso 24 febbraio la vendita di AnsaldoBreda e del 40% di Ansaldo Sts alla giapponese Hitachi da parte di Finmeccanica. Sul fronte aerei, dell’anno scorso è lo sbarco di Etihad alla guida di Alitalia.
Da marzo scorso Pirelli parla cinese: ChemChina è il nuovo socio forte del gruppo. Nell’ottobre 2014 la famiglia Merloni esce definitivamente dalla scena degli elettrodomestici: Whirlpool acquisisce il 56% del gruppo di Fabriano salendo al 60,4% ma intavolando una dura trattativa sugli esuberi conclusa a fine 2017.

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