Crisi governo Letta e dimissioni ministri Pdl, analisi, ipotesi futuri scenari, commenti

Enrico LettaSiamo alle solite. Il Paese avrebbe bisogno di stabilità e la politica, puntualmente, delude ogni aspettativa. Proprio nei giorni cruciali in cui si sarebbe dovuto scrivere il destino dell’Iva, delle accise sulla benzina, dell’Imu e, più in generale, della Legge di Stabilità, ecco che l’Italia si trova senza un governo, nel suo senso più lato. I ministri del Pdl rassegnano le proprie dimissioni; cosa succederà ora? Vediamo tutti gli scenari.

 

UN APERITIVO AMARO, MOLTO AMARO – Sono le 18.38 di sabato 28 settembre 2013 quando Silvio Berlusconi, con una nota, annuncia quanto di lì a poco Angelino Alfano avrebbe dovuto confermare ad Enrico Letta.

– Le parole dell’ex premier italiano sono sufficientemente eloquenti: “La decisione assunta ieri dal presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, di congelare l’attività di governo, determinando in questo modo l’aumento dell’Iva è una grave violazione dei patti su cui si fonda questo governo, contraddice il programma presentato alle Camere dallo stesso premier e ci costringerebbe a violare gli impegni presi con i nostri elettori durante la campagna elettorale e al momento in cui votammo la fiducia a questo esecutivo da noi fortemente voluto. Per queste ragioni, l’ultimatum lanciato dal premier e dal Partito Democratico agli alleati di governo sulla pelle degli italiani, appare irricevibile e inaccettabile”.

– Passa un minuto ed il segretario del Pdl, Angelino Alfano, chiarisce ulteriormente la nota di Berlusconi: “I ministri del Pdl rassegnano le proprie dimissioni”. L’annuncio, controvoglia, è fatto a nome dell’intero Popolo delle Libertà.

– Le reazioni sono immediate. Da una parte troviamo il Partito Democratico e Sel che si gettano contro la dura decisioni di Berlusconi e dall’altra la Lega Nord ed il Partito della Rifondazione Comunista, uniti nel perseguire l’obiettivo di tornare al voto. Nel mezzo solo l’Udc di Casini e Monti, desiderosi di governare solo se l’esecutivo sarà in grado di adottare provvedimenti effettivamente concreti.

 

E LETTA? – Tutto è partito giovedì 26 settembre 2013, quando Enrico Letta si trovava a New York, nella sede del Nyse.

– Mentre il premier italiano rassicurava gli investitori americani sulla stabilità politica finalmente ritrovata nel nostro Paese e sulle ottime condizioni per tornare a credere nell’Italia, a Roma i parlamentari del Pdl raccoglievano le firme per dimettersi.

– Non c’è bisogno di essere di destra o di sinistra per affermare e per convenire sul fatto che un tale gesto ha gettato discredito non sull’una o sull’altra fazione, ma sull’Italia intera.

– Certamente questa figuraccia non è andata giù all’attuale premier che sabato, ricevuta la notizia delle dimissioni del Pdl, ha così commentato: “Chiarimento avvenga in Parlamento. Alla luce del sole e di fronte ai cittadini. Gli italiani non abbocchino a Berlusconi sull’Iva. Gli italiani sapranno rimandare al mittente una bugia così macroscopica, un simile tentativo di stravolgimento della realtà”.

 

L’INCONTRO CON NAPOLITANO E POI? – “Il Presidente della Repubblica è stato informato dal Presidente del Consiglio sulle decisioni comunicategli circa i ministri del Pdl. Dopo il rientro Roma concorderà con il Presidente Letta l’incontro che le decisioni odierne rendono necessario”. Questa la nota arrivata dal Quirinale nella serata di sabato.

– L’incontro tra Enrico Letta e Giorgio Napolitano si è svolto nella serata di domenica 29 settembre. Dopo aver invitato, nel discorso presso la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a farsi “scappare” una preghiera per l’Italia, il premier è salito al Quirinale poco prima delle 19.

– La nota diramata dal Colle non parla di dimissioni di Enrico Letta: “Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha tratto, d’intesa con il presidente della Repubblica, la decisione di illustrare in Parlamento – che è la sede propria di ogni risolutivo chiarimento – le proprie valutazioni sull’accaduto e sul da farsi. Il premier concorderà la data dei dibattiti con i presidenti delle Camere”.

– Oggi i capigruppo saranno chiamati ad organizzare l’agenda politica dei prossimi giorni. Non resta che attendere martedì 1° ottobre per scoprire gli esiti della discussione parlamentare chiesta da Letta.

 

MINISTRI DEL PDL: CHI LASCIA? – Dei 21 ministri nominati da Enrico Letta 154 giorni fa, rassegnano le dimissioni in 5.

– Angelino Alfano (Vicepremier e Ministro dell’Interno), Gaetano Quagliariello (Ministro delle Riforme), Maurizio Lupi (Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti) Nunzia De Girolamo (Ministro delle Politiche Agricole) e Beatrice Lorenzin (Ministro della Salute).

– Tre di questi – Quagliariello, Lupi e Lorenzin -, come vedremo più avanti, si sono dimessi dissociandosi però da questa decisione, mentre Alfano è chiamato a far da mediatore tra le due ali del partito, nonostante la sua voglia di appoggiare le cosiddette “colombe” del Pdl.

 

LA CONTA DEI VOTI: TRA GRILLINI E SENATORI A VITA – Difficile pensare che Giorgio Napolitano possa accettare l’ipotesi di voto anticipato inoltrata da Pdl, Lega Nord e Prc. Molto più probabile che incarichi Enrico Letta di verificare se ci siano le basi per avere una nuova maggioranza.

– Su questo tema è fondamentale la ‘conta dei voti’. A distanza di 154 giorni dall’insediamento di Enrico Letta, torna il pallottoliere nella politica italiana. Per un Letta-bis, infatti, è necessario guardare ai numeri.

– A Montecitorio i problemi non ci sono: lì il Pd ha la maggioranza. La questione si gioca al Senato. Fino ad ora la strana maggioranza deteneva 233 seggi su un totale di 321. Per governare ne sono necessari 161.

– 138 ci sono: 108 del Pd, 10 delle Autonomie e 20 di Scelta Civica. Ne mancano 23. Un aiuto potrebbe arrivare dal Gruppo Misto, dove troviamo 5 senatori a vita (e siamo a 143). Poi si potrebbe guardare ai ‘grillini esodati’, 4, e siamo a 147. Ne mancano 14.

– Ci si può anche aggrappare a qualche auto-esodato del MoVimento 5 Stelle, ma non sarà facile. Poi c’è la questione del Gal, Grandi autonomie e Libertà, che vanta 5 senatori ‘prestati’ da Pdl e Lega.

 

UN’ALTERNATIVA? TRA “COLOMBE” E “FALCHI” – I “se” sembrano francamente molti. L’abbiamo detto poco sopra: al conteggio ne mancano 14. Ripartirà lo scouting tanto caro a Bersani o ci si aggrapperà ad un’altra alternativa?

– Il premier è convinto che si potrà dar vita ad un Letta-bis appoggiandosi alle cosiddette “colombe” del Pdl. Da tempo sappiamo che il Popolo delle Libertà non è più unito come ai suoi albori; forse coeso non lo è mai stato, ma certamente la distinzione tra “falchi” e “colombe” sembra sempre più netta e sempre più reale.

– E’ su questo punto che vuole lavorare Enrico Letta. Il premier sa che esponenti come Lupi, Cicchitto, Quagliariello e Sacconi hanno un punto di vista più moderato e riflessivo rispetto all’area capeggiata dalla Santanché e da Gasparri.

– Non è certo un mistero che le “colombe”, dopo la decisione di Berlusconi di sabato sera, si siano riunite a casa di Alfano per fare il punto della situazione e definire la linea da seguire. L’idea, ventilata ma non certo campata per aria, è quella di una scissione netta all’interno del Pdl.

– Questo con l’area delle “colombe” a sostenere un nuovo esecutivo ed a proporre anche in Italia lo schieramento europeo del Ppe e l’area dei “falchi” all’opposizione, con l’intento unico di far cadere il governo e tornare alle elezioni.

 

CICCHITTO, QUAGLIARIELLO, LORENZIN, LUPI E SACCONI SI DISSOCIANO. E ALFANO? – Il tutto è testimoniato dalle dichiarazioni di uno dei principali esponenti del Pdl. Fabrizio Cicchitto, nella serata di sabato, si è mostrato cauto e riflessivo:

– “Sulla base del comunicato del presidente Berlusconi, i ministri del Pdl si dimettono dal governo Letta in seguito alle posizioni negative prese ieri dal presidente Enrico Letta al consiglio dei ministri. Ma ritengo che una decisione di così rilevante spessore politico avrebbe richiesto una discussione approfondita e quindi avrebbe dovuto essere presa dall’ufficio di presidenza del Pdl e dai gruppi parlamentari il cui ruolo in questa cosi difficile situazione politica andrebbe esaltato sia sul piano delle scelte politiche da prendere sia su quello dell’iniziativa politica”.

Alla reazione verbale di Fabrizio Cicchitto fa seguito, con un gesto molto eloquente, Gaetano Quagliariello che vede come un errore il “fallo di reazione” del Pdl. “Io – ha aggiunto il Ministro delle Riforme – non ho aderito perché penso che una persona che fa politica deve avere l’inclinazione al compromesso. Non so se c’è una scissione: so che il centrodestra non è quello che si è espresso ieri (sabato 28 settembre, ndr)”.

– Anche Lupi e Sacconi si dissociano dalla decisione indetta da Berlusconi: “Così non va. Forza Italia non può essere un movimento estremista in mano a degli estremisti. Vogliamo stare con Berlusconi, ma non con i suoi cattivi consiglieri. Si può lavorare per il bene del Paese essendo alternativi alla sinistra e rifiutando gli estremisti. Alfano si metta in gioco per questa buona e giusta battaglia”.

– Sibilline e provocanti anche le dichiarazioni di Alfano, che si associa ai suoi colleghi di partito nel non volere un Pdl/Forza Italia in mano agli estremisti. “La mia lealtà al presidente Berlusconi è longeva e a prova di bomba. Oggi la lealtà mi impone di dire che non possono prevalere posizioni estremistiche estranee alla nostra storia, ai nostri valori e al comune sentire del nostro popolo. Se prevarranno quegli intendimenti, il sogno di una nuova Forza Italia non si avvererà. So bene che quelle posizioni sono interpretate da nuovi berlusconiani ma, se sono quelli i nuovi berlusconiani, io sarò diversamente berlusconiano”.

 

UN LUNEDI’ PIENO DI INSIDIE – Iva, Imu, Legge di Stabilità, Borsa, spread e fiducia. Sono questi i temi che, dalla giornata odierna, si dovranno affrontare in Italia. Le preoccupazioni non mancano; l’idea generale è che questa ennesima crisi politica venga pagata dai cittadini italiani, già sufficientemente vessati e “spossati” da questi anni di crisi.

– Dell’Iva la notizia è di venerdì sera. La proposta di rimandarla a gennaio, aumentando ora le accise sulla benzina, non ha trovato seguito. Inutile il gioco di chi ha la colpa; l’instabilità politica ha fatto il resto: praticamente impossibile evitare l’aumento che scatterà martedì 1° ottobre 2013. L’aliquota passerà dal 21 al 22%, ma di questo avremo modo di parlarne in un futuro, prossimo articolo approfondito.

Discorso Imu. La situazione non è chiara. Il Governo, con il decreto legge di fine agosto, ha deciso di cancellarla per il 2013 e di abolirla dal 2014. Manca, però, il testo che regolamenti tale fattispecie. Le coperture andavano trovate entro dicembre, quindi si è aspettato a convertire il provvedimento in legge. C’è il concreto rischio che l’Imu torni nel vocabolario quotidiano degli italiani.

Legge di Stabilità. Con un governo in crisi ed una situazione politica di questo tipo c’è il rischio che, come successo nell’autunno del 2011, siano altri a scrivere la nostra Legge di Stabilità. Un punto è cruciale: bisogna trovare 1,6 miliardi di euro per ridurre il deficit di un decimo di punto percentuale e riportare l’indicatore non al di sopra del 3% sul Pil.

Borsa, spread e fiducia. Il ritorno all’instabilità politica, in Italia, non sarà certo apprezzato dagli operatori finanziari, che potrebbero scatenare un’ondata di vendite sui mercati, provocando un ritorno dello spread alla soglia dei 300 punti base. Il precedente c’è ed è lontano di soli 7 mesi e mezzo; allo spoglio delle ultime elezioni Piazza Affari ha reagito negativamente all’idea dell’ingovernabilità passando, in pochi istanti, da un + 4,04% ad un misero + 0,73%; discorso simile per lo spread che è passato rapidamente da 258 a 290 punti base, come potete vedere nel paragrafo “La reazione dei mercati” nell’articolo che vi abbiamo linkato. Al momento, non ci resta che aspettare.

 

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Matteo Torti

foto: wikipedia.org

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