Debito pubblico italiano, deficit, Pil, spread, mutui e rapporti tra loro: definizioni, analisi, esempi

Il debito pubblico: un gigantesco, ma misterioso valore che, oggi, sembra rappresentare una delle grandezze più importanti dell’intera economia. Al fianco dello spread e dell’indebitamento degli Stati, un altro aspetto da non trascurare è il rapporto deficit/Pil. Cosa rappresentano questi indici? Come si sono sviluppati? Esiste un valore migliore in assoluto? Come è possibile ridurli? Infine una parentesi sullo spread: ha influenze sull’economia reale? Vediamolo assieme.

 

I SOPRANNOMI DEI NIPOTI – La nostra analisi sul debito pubblico e sul rapporto deficit/Pil non può che partire da un aneddoto raccontato pochi giorni fa dal nostro primo ministro, Mario Monti.

– Ai microfoni di Uno Mattina, il premier italiano ha così raccontato: “Posso rivelare un piccolo aneddoto che mi ha raccontato mia figlia: il più piccolo dei suoi tre figli era a casa, nel pomeriggio, e ha visto in un telegiornale che si parlava di spread. E ha detto alla mamma: ‘Mamma, ma Spread sono io…’. Perché all’asilo lo chiamano Spread”.

– Un’affermazione curiosa del nostro premier e che, noi, ci sentiamo di proseguire così: il nipote di Mario Monti viene oggi chiamato ‘Spread’ perché, i nipoti dei precedenti primi ministri, nostro malgrado, non sono stati chiamati ‘Debito pubblico’.

 

L’EQUITA’ INTERGENERAZIONALE: UNA CHIMERA – Potrà anche far sorridere la suddetta frase, ma esemplifica molto bene la storia dell’Italia unita.

– Il nostro è un Paese nato, cresciuto e, oggi, per poco non sprofondato sul debito pubblico che, praticamente tutti i governi, hanno deciso di trascurare per finanziare la spesa pubblica, generando benefici per le generazioni presenti, senza minimamente pensare alle generazioni future.

– E questo è un problema molto comune quando ci si trova nella necessità di dover scegliere, come adesso, qualcosa che produca effetti nel presente e nel futuro. La questione è molto semplice: le generazioni future non hanno rappresentanza, non hanno voce in capitolo, non hanno la possibilità di partecipare ad una votazione. Ecco perché, troppo spesso, si decide di preferire gli effetti positivi del presente trascurando, erroneamente, gli effetti che la scelta dell’oggi potrà avere nel futuro.

– In questo modo, gli effetti delle dissennate politiche di indebitamento intraprese nel passato – ci riferiamo ad un orizzonte temporale di tre decenni – presentano il conto oggi, in un contesto di forte crisi economica, per alcuni addirittura peggiore alla Grande Depressione americana del 1929: la generazione che, ora, ha tra i 18 e i 25 anni, è la prima nella storia d’Italia che starà peggio di quella dei propri genitori.

 

PARTIAMO DALLE DEFINIZIONI – Chiudendo questa parentesi iniziale, è bene partire, nella nostra analisi, dalle definizioni. Cosa si intende per debito pubblico e per rapporto deficit/Pil?

– Il debito pubblico fa riferimento al debito che lo Stato ha nei confronti di individui, banche, imprese o stati esteri, i quali hanno sottoscritto un credito nei confronti del Paese, acquisendo obbligazioni o titoli di Stato, finalizzate a coprire il disavanzo nel bilancio dello Stato.

– Ben più importante e significativo, però, è il concetto del rapporto deficit/Pil: questo indice, infatti, mostra la solidità finanziaria ed economica di uno Stato, ed è il rapporto tra il debito pubblico ed il Prodotto interno lordo, che in questo caso viene visto come un indice in grado di esprimere la capacità, o meno, di uno Stato, di risanare il proprio debito.

 

LA FORMAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO – Dalla definizione data nel paragrafo precedente, si può facilmente dedurre che il debito pubblico si forma perché le uscite dello Stato sono maggiori delle sue entrate; tale differenza, se non viene finanziata con l’emissione di moneta – pratica che genera inflazione – viene coperta con l’emissione di titoli di Stato.

– Tralasciando l’aspetto pensionistico, possiamo suddividere la spesa pubblica in due macro categorie: spesa per lo Stato minimo (ordine, giustizia e difesa) e spesa per lo Stato sociale (istruzione, salute e sanità).

– Se la prima, dal secondo dopoguerra, si è mantenuta costante, altrettanto non si può dire per la seconda che, al contrario, è esplosa facendo aumentare drasticamente le uscite dello Stato che, se non compensate da adeguate entrate, richiedono di essere coperte tramite l’emissione di titoli di Stato e, quindi, tramite il ricorso all’indebitamento.

 

L’ITALIA: UN PAESE FONDATO… SUI DEBITI – Subito dopo l’unificazione d’Italia, nel 1861, una delle prime operazioni che venne effettuata fu quella di analizzare le partite attive e passive del bilancio dello Stato, dal momento che ogni territorio aveva una propria imposizione fiscale e un proprio indebitamento.

– La differenza che emerse fu netta: al Nord, soprattutto in Lombardia e Piemonte, vi era una notevole tassazione, un forte ricorso alla spesa pubblica ed all’indebitamento per garantire servizi ed infrastrutture. Al Sud, invece, l’imposizione fiscale era, al pari dei servizi, minore, in una logica del “Nulla ti do, nulla ti chiedo”.

– Da subito si decise di estendere la logica fiscale e l’indebitamento settentrionale anche nel Mezzogiorno, contribuendo a generare quel gap strutturale di cui ancora oggi, periodicamente, si torna a discutere.

 

RAPPORTO DEFICIT/PIL: COME RIDURLO? – Accantoniamo il concetto dell’indebitamento pubblico puro e passiamo, da qui in avanti, a trattare il tema del rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo, mettendo in luce alcune osservazioni:

– Una delle strategie che, in questo momento, va per la maggiore, è quella di ridurre tale indicatore; Trattandosi di un rapporto, per ridurlo sarà necessario diminuire il numeratore (il deficit) o aumentare il denominatore (il Pil).

– La strategia più virtuosa per ridurre tale valore, ovviamente, è la seconda, ossia quella di agire sul denominatore e, quindi, generare crescita attraverso un aumento del Pil.

– La strategia, almeno apparentemente, più veloce per ridurre tale valore, invece, è la prima, ossia quella che porta ad agire sul numeratore, generando una riduzione del deficit. Questo, come ben abbiamo appreso durante questi ultimi mesi, avviene attraverso i famosi “tagli alla spesa” e le “politiche di austerità”.

– Tale strada l’abbiamo definita “apparentemente veloce” poiché, nel medio termine, non si rivela efficace: adottando tagli e politiche di austerità, infatti, si finisce per generare un’ulteriore contrazione del Pil che, di conseguenza, fa perdere la sicurezza che avvenga un’effettiva riduzione del rapporto.

 

RAPPORTO DEFICIT/PIL: ESISTE UN VALORE IDEALE? – Questa domanda, ora, appare scontata. Altrettanto, però, potrebbe non essere la risposta. Non esiste un valore ideale su cui si dovrebbe attestare il rapporto deficit/Pil, ma esiste una condizione che deve essere tenuta in considerazione per far sì che tale indicatore non restituisca problemi a causa di una possibile insolvenza dello Stato.

– Stiamo parlando della provenienza dei proprietari del debito pubblico che, a seconda di chi lo acquista, può essere estero o interno.

– Il rapporto deficit/Pil del Giappone, nonostante sia quasi il doppio rispetto al nostro, preoccupa meno i mercati. Il motivo? Il 90% del debito pubblico del Paese nipponico è in mano a cittadini o istituzioni interne. Questo contribuisce a generare sicurezza e redditività all’interno dello Stato.

– In Italia, fino al 1995, la percentuale di debito pubblico italiano nel portafoglio di soggetti non residenti nel nostro Paese era del 20%. Oggi, invece, osserviamo che questa quota è passata al 50%.

– Tale modifica genera un problema sul fronte della redditività (gli elevati interessi pagati dallo Stato vanno per lo più all’estero e non vengono incassati dai cittadini italiani) e sul fronte della volatilità (il debito pubblico italiano è più soggetto all’incertezza).

 

RAPPORTO DEFICIT/PIL: QUANDO SI E’ FORMATO? – Dopo aver affermato che l’Italia è stata costruita sui debiti, è interessante andare ad analizzare come il debito pubblico italiano, in rapporto al Pil, si sia sviluppato nel corso della storia.

– A partire dagli anni ’70 e fino il 1983, il rapporto deficit/Pil si è attestato tra il 40 ed il 65%.

– Una netta accelerazione venne generata, negli anni seguenti, grazie alle decisioni economiche intraprese dal governo Craxi, che tra il 1983 ed il 1987 portò tale indicatore a raggiungere l’84,5%, cifra che allora rappresentava un record.

– Dopo una leggera crescita nei cinque anni successivi, caratterizzati dai governi Fanfani, Goria, De Mita e dall’Andreotti-bis, un’ulteriore e violenta ondata al rialzo avvenne sotto i governi Amato, Ciampi e nel primo Berlusconi, quando il rapporto deficit/Pil passò dal 98 al 121,8%.

– Gli anni seguenti, caratterizzati dai governi Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi-bis e Prodi, sono stati contraddistinti da un rapporto in leggero calo, tornato al 103-106%. Un nuovo e netto strappo all’insù si ebbe nel 2009, durante l’ultimo governo Berlusconi.

 

RAPPORTO DEFICIT/PIL: LA CLASSIFICA MONDIALE – Già in precedenza abbiamo affermato che un rapporto deficit/Pil migliore in assoluto non esiste; ciò è ancora più evidente andando ad analizzare come varia tale valore nei vari Paesi industrializzati del Mondo:

– In testa, secondo i dati risalenti al 2007, troviamo lo Zimbawe, con un rapporto deficit/Pil al 218,20%; tra i Paesi avanzati spicca il dato del Giappone (170%), dell’Italia (104%) e della Grecia (89,50%).

– In secondo piano, invece, la Germania (64,90%), la Francia (63,90%) e gli Stati Uniti (60,80%). Ancora più indietro Svizzera e Regno Unito, rispettivamente a quota 44,20% e 43,6%.

– Sul fondo della classifica troviamo la Cina (18,40%) e la Russia (5,90%).

 

LA ROSA DEGLI SPREAD: BTP-BUND vs. BANCARIOQuando, in un precedente articolo, avevamo approfondito il tema dello spread, avevamo esplicitamente affermato che questo valore non doveva essere preso come unico riferimento per esplicare la situazione di uno Stato.

– Certamente, però, non è possibile sostenere che tale indicatore non abbia anche ripercussioni dirette sull’economia reale, dal momento che va ad influenzare la spesa per interessi che lo Stato deve sostenere sull’emissione dei propri titoli debito.

– Bisogna considerare, inoltre, che lo spread Btp-Bund ha anche delle implicazioni su un altro spread: quello bancario. Se il primo, in breve, rappresenta il differenziale di rendimento tra il Btp italiano con scadenza decennale e l’equivalente Bund tedesco e misura la solvibilità e la rischiosità di uno Stato, lo spread bancario viene visto come quell’aggiunta applicata dagli istituti bancari nella concessione di finanziamenti ad imprese e privati.

– Durante i mesi appena trascorsi, in molti hanno erroneamente sostenuto che, questi due valori, non hanno nessuna correlazione; in realtà la correlazione c’è e, con le dovute semplificazioni, è molto lineare:

  • Un aumento dello spread Btp-Bund si traduce in un maggiore rischio di insolvenza dello Stato italiano, i cui titoli di debito sono detenuti anche dalle nostre banche
  • I titoli di debito detenuti anche dalle nostre banche, all’aumentare dello spread Btp-Bund calano di valore, generando delle svalutazioni nell’attivo della banca, poiché la banca stessa detiene titoli che, qualora dovessero venire liquidati prima della loro scadenza, consentirebbero di ottenere meno di quanto inizialmente sborsato per la loro sottoscrizione
  • Questa svalutazione subita dalle banche, provoca una riduzione della loro stessa solidità patrimoniale che, come successo con i titoli greci detenuti da banche francesi, tedesche e italiane, comporta il declassamento del rating dell’istituto
  • La riduzione del rating delle banche causa poi la necessità, per tali istituti, di dover spendere di più per raccogliere denaro sul mercato interbancario
  • Tali maggiori spese sostenute dalle banche e originate, lo ricordiamo, da un aumento dello spread Btp-Bund, portano gli istituti ad aumentare lo spread bancario (ossia quell’aggiunta che viene applicata sul tasso, Euribor o Irs che sia), sottostante ai finanziamenti
  • Il tutto, quindi, si traduce in una maggiore onerosità dei finanziamenti richiesti dai mutuatari che, in molti casi, vedono rimandare la richiesta, ad esempio, di mutui ipotecari, contribuendo, ovviamente in modo del tutto involontario, a far sprofondare al ribasso l’intero settore immobiliare

 

GLI INDICATORI ECONOMICI – Nei paragrafi soprastanti abbiamo descritto un esempio pratico di come lo spread Btp-Bund, valore apparentemente lontano dalla nostra “spesa quotidiana”, può influire sulle nostre tasche.

– Prenderlo come unico riferimento è un errore, sottovalutarlo una follia. Lo stesso vale per il rapporto deficit/Pil.

 

INVIATECI LE VOSTRE SEGNALAZIONI – Per le vostre segnalazioni e foto circa incidenti, emergenze, autovelox nascosti, strade dissestate e buchi sul manto stradale, disagi sociali, odissee burocratiche, truffe, rapine, aggressioni, zone carenti di sicurezza, aree preda di degrado o spaccio, problematiche sui mezzi pubblici, borseggi, maltrattamenti sugli animali o altro, scriveteci a redazione@cronacamilano.it

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Matteo Torti

3 COMMENTI

  1. spiegazioni lineari comprensibili, mi meraviglia il fatto che parte dei nostri politici non abbiano così chiari i concetti da voi espressi. ad esempio l,esternazione che lo spread non importa nulla e non va tenuto conto , mi fa credere che siamo conciati male visto dal pulpito da cui proviene. infatti ww emette bond a 10 anni al 1,5% la fiat a sette anni paga il 7,5%. la ww può vendere macchine a rate 0 la fiat a rate 6%.

  2. Concordo sulle definizioni, ma non condivido per niente il tenore dell’articolo per quanto riguarda premesse, cause e sopratutto conclusioni.
    Al di là dalle nostre colpe che sono sicuramente tante, nelle attuali crisi, la finanza totalmente fuoricontrollo ed una Europa (Euro) malfatto hanno contribuito a causare quello che è sotto gli occhi di tutti.
    A cosa serve crescere se tanto i soldi creati dal nulla dalla BCE vengono regalati a Banche d’affari che poi li immettono sul mercato facendo pagare salati interessi agli Stati me lo spiega?
    La crescita deve servire al benessere degli Italiani non ad ingrassare le Banche straniere, nessun paese nelle nostre condizioni può pensare di ripagare gli interessi ed il debito, tassando ogni cosa e contemporaneamente tagliando ogni forma di spesa pubblica (che poi sono anche investimenti e non soltanto sprechi)
    Siamo e saremo perennemente in debito d’interessi verso qualche Banca straniera, e questo spiega perchè il Giappone pur avendo un deficit/PIL quasi doppio al nostro in realtà non è stato preso di mira dalla speculazione e pur essendo in stagnazione da anni in realtà continua a sopravvivere.
    Anche i tedeschi si stanno rendendo conto che le politiche di austerity e di fiscal compact sono la tomba dell’Europa…..ma si sa che fintanto non si viene toccati nel proprio portafoglio è difficile capire certi semplici concetti…!!

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