Uscire dall’euro e tornare alla lira: le conseguenze tra inflazione, esportazioni, debito pubblico e stipendi

L’economia va male? Colpa dell’euro e delle banche. Se sulle seconde è difficile agire, la ricetta per risolvere il primo problema è evidente: tornare alla moneta nazionale, la lira. E’ questo, in sintesi, il pensiero di chi vorrebbe fare un “passo indietro” sull’unione monetaria europea. Facile a dirsi, ma quali potrebbero essere le conseguenze in Italia? La riadozione della lira porterebbe giovamenti e benefici agli italiani? L’analisi completa nelle prossime righe.

 

GLI “EURO-SCETTICI” – Paese che vai, “Grillo” che trovi. Con questo paragrafo, nel precedente articolo, abbiamo introdotto ed analizzato la situazione dei partiti e movimento “euro-scettici” nel resto d’Europa.

– Se in Italia questa linea di pensiero è di facoltà del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo, anche altri importanti Paesi europei possono “fregiarsi” di avere forze politiche in grado di raccogliere consensi contrari all’euro tra la popolazione.

– E’ quanto accaduto in Grecia con Syriza e, di recente, con la nascita del movimento Dracma a 5 Stelle o in Francia con Front National di Marine Le Pen piuttosto che in Germania con AfD di Bernd Lucke o in Islanda con Bjarni Benediktsson.

– Movimenti molto differenti tra loro, in parte per programma e in parte per collocazione politica, ma uniti da un unico credo: staremmo tutti meglio con, ciascuno, la propria moneta nazionale. Come a dire: lira, dracma, franco francese, marco e corona islandese (peraltro ancora vigente visto che l’Islanda non fa parte dell’Eurozona) sono migliori dell’euro.

 

USCIRE DALL’EURO: LA PROPOSTA ITALIANA – Se Beppe Grillo è da diversi mesi che punta l’indice contro i banchieri e l’euro per giustificare parte della crisi attuale, è stata la Lega Nord con il suo segretario, Roberto Maroni, a presentare al Parlamento italiano, lo scorso 15 aprile 2013, una proposta di legge di iniziativa popolare che consentirebbe di indire un referendum per chiedere agli italiani se vogliano, o meno, rimanere nell’Eurozona.

– In realtà è dal 15 agosto 2012 che il Carroccio ragiona su questa idea; allora il segretario della Lega Nord aveva così dichiarato: “Presenteremo a fine agosto in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per abbinare alle politiche del 2013 un referendum consultivo nel quale i cittadini italiani possono esprimersi sull’euro. Voglio raccogliere milioni di firme”.

– Le firme hanno superato il limite minimo previsto dalla Costituzione di 50mila per presentare un disegno di legge su iniziativa popolare; il documento presentato al Senato propone l’introduzione “del principio di ammissibilità per i referendum abrogativi sulle leggi tributarie e di ratifica dei trattati internazionali”.

– Come mai c’è necessità di una modifica costituzionale? Perché l’articolo 75 della nostra carta vieta la possibilità di indire referendum abrogativi sui due temi sopracitati, rendendo impossibile una consultazione popolare sulla permanenza italiana nell’euro.

– La riuscita di questo progetto è appesa ad un filo visto che la Lega Nord potrebbe trovare degli appoggi solamente nel MoVimento 5 Stelle ed in Sel, ma non certamente nel Pd, nel Pdl ed in Scelta Civica.

 

JOSEPH STIGLITZ: UN PREMIO NOBEL “GRILLINO” – Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001 sul tema delle asimmetrie informative e dello screening (modalità con cui un individuo possa acquisire informazioni private da un altro soggetto), non è nuovo ad affermazioni che destano scalpore.

– Dopo aver sostenuto e partecipato, nel 2011, ad Occupy Wall Street, il 12 aprile del 2013 si è schierato dalla parte di Beppe Grillo affermando: “L’Italia è vittima di un fallimento dell’austerity europea, state pagando un prezzo più elevato della Grande Depressione, le vostre imprese sono penalizzate a tutto vantaggio di quelle tedesche. Non accusate Beppe Grillo di populismo: i temi che solleva sono legittimi, compresa l’opzione estrema di un’uscita dall’euro”.

– L’ex consigliere di Clinton alla Casa Bianca ha poi spiegato che “alcune posizioni del M5S sono fondate: un Paese come l’Italia potrebbe arrivare fino al punto di dover abbandonare l’euro per salvare l’Europa”, per poi ritracciare parzialmente e chiudere su binari più razionali “sarebbe preferibile di no, sarebbe meglio che fosse l’Europa ad abbandonare l’austerity”.

– Affermazioni e tesi sostenute dal fatto che “la competizione fra nazioni europee non è mai stata così diseguale. Le imprese italiane oggi devono pagare tassi d’interesse molto più alti delle imprese tedesche, anche ammesso che riescano ad avere accesso al credito bancario. Questa non è concorrenza leale, è un mercato squilibrato, altamente instabile. Se non cambia, non vedo via d’uscita”.

 

VENIAMO AGLI ASPETTI PRATICI – Dopo questa doverosa ed interessante introduzione, torniamo al vero tema dell’articolo. E’ possibile uscire dall’euro? Quali potrebbero essere le conseguenze positive e negative da questa azione? Gli italiani potrebbero essere più liberi, benestanti ed occupati se fosse reintrodotta la lira?

– Tralasciando la de-sesterziarizzazione seguita alla caduta dell’Impero Romano e la de-rublizzazione a seguito della caduta dell’Urss, non ci sono veri e propri case study su cosa accadrebbe se uno stato decidesse di uscire dalla moneta unica.

– Ci sono, però, diversi studi ed analisi che specificano, innanzitutto, che gli effetti sugli altri Paesi aderenti e non sarebbero differenti se a lasciare fosse una nazione economicamente “inferiore” (come Grecia, Portogallo o Spagna) piuttosto che un colosso economico come la Germania.

– In che cosa consiste la differenza? Molto semplice. Se a lasciare fosse una nazione del primo gruppo, il ritorno alla moneta locale porrebbe come obiettivo la svalutazione della stessa per rilanciare l’economia nazionale tramite le esportazioni. Questo, però, genererebbe effetti negativi sugli altri Stati “deboli” vincolati alle dinamiche dell’euro.

– Se invece a lasciare fosse una nazione fortemente industrializzata non ci sarebbe bisogno di svalutare la moneta locale (sarebbe addirittura svantaggioso) ed il resto dell’area euro potrebbe trarne beneficio da un rafforzamento della nuova divisa locale.

– Facciamo un esempio pratico. Se a lasciare fosse la Spagna, la svalutazione della peseta porterebbe le esportazioni iberiche a surclassare quelle portoghesi, vincolate dall’euro. Se a lasciare fosse la Germania, il marco aumenterebbe il proprio valore grazie ad un’economia interna sostenuta e ad un tasso di occupazione alto e solido e ciò potrerebbe ripercussioni positive sul resto dell’Eurozona, anche perché le nazioni rimanenti avrebbero maggiore peso politico per influenzare le scelte economiche della Bce.

– E’ evidente, però, che ipotizzare l’uscita di una nazione forte ed importante come la Germania non può, da sola, risolvere i problemi. L’euro, senza il Paese che da solo detiene ¼ del mercato, vedrebbe ridurre notevolmente la propria stabilità e la propria affidabilità verso gli investitori stranieri, riducendo la sua importanza ed il suo valore.

 

TORNARE ALLA LIRA: PERCHE’ SI’ – Chi sostiene che uscire dall’euro e tornare alla lira sia favorevole per la popolazione italiana quali argomentazioni porta a sostegno della propria tesi? Vediamone qualcuna.

– Il ritorno alla lira, secondo i fautori di questa strategia, portebbe il governo a ridurre le tasse durante le crisi economiche perché non dovrebbe più rispettare vincoli di bilanci stabiliti a livello europeo.

– Legato al tema della tassazione c’è anche quello delle accise e, quindi, della benzina. Carburante meno caro perché uno Stato a moneta sovrana è libero di stampare moneta e, quindi, non ci si finanzierebbe solamente con l’imposizione fiscale e/o la riduzione di spesa pubblica, ma semplicemente stampando denaro. Questo, però, porterebbe un notevole aumento del debito pubblico ed un ritorno a quelle politiche che hanno dominato nel nostro Paese negli ultimi decenni del secolo scorso.

– “L’euro di Serie B” creato a Cipro con il prelievo forzoso dei correntisti delle malsane banche dell’isola del Mediterraneo è stata una prova di quanto potrebbe accadere, nei prossimi anni, a tutti i Paesi del Sud-Europa: saranno i depositanti a pagare il fallimento dei banchieri.

– Lo Stato dovrebbe tornare ad adempiere all’unico compito per cui esiste: garantire a tutti la sicurezza del futuro.

 

USCIRE DALL’EURO: PERCHE’ NO – A queste motivazioni teoriche ne fanno da contraltare altre, decisamente più pratiche e concrete, che suggeriscono che la strategia di uscire dall’euro e tornare alla lira possa non rivelarsi la scelta migliore. Quattro, in questo caso, i motivi per rimanere nell’unione monetaria.

Le importazioni: Iniziamo da qui. I fautori del ritorno alla moneta nazionale portano, come potenziale beneficio, quello di svalutare la moneta e rilanciare le proprie esportazioni. Certo, ma ci si dimentica di due fattori: l’export italiano non va affatto male e, quindi, non necessita di un pesante piano di risanamento; inoltre l’Italia non è solo una nazione esportartice ma, anzi, è prevalentemente importatrice di materie prime (gas e petrolio su tutti) necessarie per soddisfare il deficit energetico e per garantire l’operatività a quel tessuto industriale e manifatturiero che eccelle nel nostro Paese.

Fuga di capitali: La Repubblica Ceca e la Slovacchia, negli anni ’90, hanno realizzato un’operazione simile; i rischi associati sono da legare anche ad una possibile fuga di capitali. Per questo è necessaria un’operazione-lampo, per evitare che qualora la notizia raggiunga le sale finanziarie si possa scatenare una fuga di capitali verso nazioni con valute più forti e più sicure.

Il debito: Attualmente il debito pubblico italiano è quotato in euro e vale, all’incirca, 2 mila miliardi. In caso di uscita dall’unione monetaria i possessori dei titoli di Stato (soprattutto le istituzioni finanziarie estere che detengono 1/3 del nostro indebitamento pubblico) difficilmente accetterebbero di convertire i loro crediti in una valuta che vale meno. E’ probabile, in questo caso, che il nostro Paese debba comunque provvedere alla restituzione dello stock in euro a fronte di un Pil espresso in lire, tra l’altro svalutate. Il rapporto deficit/Pil, ad oggi al 130% e principale indicatore macro-economico di stabilità di un Paese, rischierebbe di schizzare al rialzo al di sopra di quota 150%.

Inflazione e tassi di interesse: e’ quanto si è già visto negli anni ’70 ed ‘80. Svalutazione di moneta significa, soprattutto, inflazione alle stelle a causa del maggior costo dei prodotti importati. Prezzi alle stelle significano, soprattutto, rendimenti più elevati sui titoli di Stato. Titoli di Stato alle stelle significano, soprattutto, aumento degli interessi che lo Stato dovrebbe pagare per finanziarsi e, quindi, maggiore indebitamento.

 

LA CONCLUSIONE – La decisione, quindi, potrebbe ricondursi nuovamente ad un contesto di equità intergenerazionale. Sul breve il ritorno alla lira potrebbe dare un buon slancio all’economia italiana, ma dopo pochi mesi gli effetti negativi sopravanzerebbero ampiamente quelli positivi.

– Nonostante ogni tanto usi delle affermazioni un po’ forti e si schieri in modo anti-conformista, il premio Nobel Joseph Stiglitz ha definito molto bene la questione – e non c’è da meravigliarsi visto che vanta cattedre al MIT di Boston alla Yale del Connecticut ed alla Columbia di New York.

– “Sarebbe meglio che fosse l’Europa ad abbandonare l’austerity – disse lo scorso 12 aprile Stiglitz – piuttosto che l’Italia a lasciare l‘euro”.

– Sebbene possano non essere condivisibili i programmi delle forze politiche “euro-scettiche”, a queste bisogna riconoscere un merito: raggiungendo una quota così ampia di consensi, stanno spingendo i partiti tradizionali a riorientare le proprie linee di pensiero verso questi cardini per riconquistare l’elettorato perso.

 

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Matteo Torti

11 COMMENTI

  1. Bella serie di sciocchezze: i tassi di inflazione sono correlati in MINIMA PARTE con la svalutazione. Cito l’ esempio del 1992, quando la lira svalutò del 30% ed i tassi di d’inflazione passarono dal 5 % al 4%. Ci sono poi le svalutazioni polacche ed inglesi, in seguito allo shock del 2008. Non si è vista iperinflazione e neanche inflazione a due cifre. Stessa cosa per Yen e Dollaro. I maggiori costi delle materie prime sono compensati da un ripensamento delle accise in gran parte inutili e dalla ripartenza delle esportazioni, slealmente limitate dalla mancanza di rivalutazione della Germania, ed inoltre sono solo un frammento dei costi di produzione, . Ma anche con inflazione alta in MONETA SOVRANA l’ Italia aveva il 25 % di risparmio nel 1980, con il 20% di inflazione. Nel 2009 il risparmio è sceso al 6%, con l’ 1,5 di aumento dei prezzi. Questo terrorismo eurista ormai non prende in giro più nessuno. I dati ci sono e sono della Banca d’ Italia, dell’ FMI, dell’ OCSE. Lo ammettono gli stessi ideatori dell’ Euro che la rigidità del cambio serve a bastonare e displinare i lavoratori con il vincolo esterno.

    • Buonasera sig. Flavio, sono Matteo Torti, il giornalista di CronacaMilano che ha scritto l’articolo in questione. Nonostante il suo parere chiaramente discordante – come si evince dalle prime quattro parole da lei utilizzate – non può che farmi piacere che il tema abbia suscitato interesse.

      Non sono d’accordo con la sua affermazione sui tassi di inflazione e sulla svalutazione. Dando per assodato che la svalutazione influenza negativamente le importazioni e partendo dal presupposto che tra le principali importazioni italiane troviamo le materie energetiche, mi sembra abbastanza evidente che i prezzi dei prodotti importati subirebbero un’impennata e, magari in misura più lieve, lo stesso farebbero i prezzi dei prodotti nostrani.

      Detto questo, fare paragoni sul risparmio nel 1980 e sul risparmio nel 2009, mi sembra un’operazione un po’ ardua. Sono due cicli economici completamente diversi. L’elevato risparmio del 1980 è frutto della forte crescita economica che l’Italia ha sperimentato nel secondo dopo guerra e di quell’insieme di politiche sociali/finanziarie eccessivamente accomodanti che stiamo pagando ora.

      Ad ogni modo, nonostante condivida più l’idea di Stiglitz che la sua, la ringrazio per aver voluto partecipare attivamente.

  2. Buongiorno sig Matteo,
    Volevo chiederle un’informazione riguardo al trafiletto che le copio qui sotto:

    “uno Stato a moneta sovrana è libero di stampare moneta e, quindi, non ci si finanzierebbe solamente con l’imposizione fiscale e/o la riduzione di spesa pubblica, ma semplicemente stampando denaro. Questo, però, porterebbe un notevole aumento del debito pubblico ”

    La mia domanda è: se è lo stato a stampare moneta, perché dovrebbe crescere il debito pubblico? Nel senso, si crea debito nei confronti di chi?? Allo stato, secondo le mie pochissime conoscenze economiche, stamperebbe banconote al costo di 5-10 centesimi di euro (o l’equivalente in lire) e le utilizzerebbe a valore nominale.

    Per quanto riguarda l’inflazione che si genererebbe dalla svalutazione della moneta nazionale: secondo lei non sarebbe possibile un controllo (dello stato) più serrato sui prezzi del commercio interno diminuendo quindi l’effetto della svalutazione alle sole importazioni da stati con moneta più forte? E comunque, il fatto che le importazioni aumentino di prezzo, non sarebbe questa una spinta per tutti gli italiani ad iniziare a produrre in casa quanto più possibile, facendo aumentare di fatto la creazione di PIL e l’occupazione?

  3. Mi dispiace ma trovo l’articolo lievemente impreciso.

    “Certo, ma ci si dimentica di due fattori: l’export italiano non va affatto male e, quindi, non necessita di un pesante piano di risanamento; inoltre l’Italia non è solo una nazione esportartice ma, anzi, è prevalentemente importatrice di materie prime”

    il discorso non fila perche’ se e’ vero che l’Italia esporta bene, e’ anche vero che importa troppo. Siamo in deficit di bilancia dei pagamenti nonostante la recessione. E’ questo lo squilibrio che abbiamo. Importiamo troppo, e la svalutazione della lira frenerebbe drasticamente le importazioni perche’ la maggior parte dei beni che importiamo sono sostituibili da produzioni locali.

    Capitolo materi prime: e’ vero che l’Italia non ha materie prime, ma e’ anche vero che il loro impatto sui prezzi finali e’ minimo. Anche perche’ tra il petrolio e la benzina alla pompa ce ne passa di strada, lo stesso per la corrente elettrica: il greggio viene acquistato in dollari, ma viene raffinato in Italia (e quindi gli stipendi sono pagati in valuta nazionale), poi ci sono le accise che coprono un buon 75% del prezzo finale.
    Un esempio pratico: la Polonia ha lo zloto svalutato del 75% rispetto all’euro, perche’ la benzina e l’energia elettrica costano meno che in Italia?
    La verita’, che piaccia o no, e’ che il prezzo dell’energia lo decide lo Stato.

    La fuga di capitali, anzi, la corsa agli sportelli bancari e’ effettivamente un problema che puo’ essere serio. Per questo come bene diceva l’autore dell’articolo bisognerebbe fare una operazione veloce facendo un bank holiday, magari a capodanno.

    Il debito e’ detenuto per una meta’ in Italia, per l’altra meta’ no.
    Non si tratta di dire se accetterebbero o no di convertirlo in lire. Se il debito e’ contratto secondo il diritto italiano, c’e’ la lex monetae, vale a dire che lo Stato puo’ tranquillamente cambiare l’unita’ di conto dei contratti del diritto nazionale. La parte di debito detenuta in Italia, svalutandosi, diminuirebbe. Mentre la restante parte di debito rivaluterebbe. Quindi alla fine paghi di piu’ da una parte e di meno dall’altra e tutto si equivale.
    Pero’ c’e’ una differenza enorme: recuperando la sovranita’ monetaria, potremmo ripagare il debito stampando moneta. Sono d’accordo che tale strumento potrebbe creare delle problematiche se usato troppo spesso, ma almeno non saremmo insolventi. Adesso, per evitare l’insolvenza ci massacrano a botte di tasse.

    La parte sull’inflazione e sui tassi di interesse e’ completamente sballata. Le svalutazioni recenti non hanno registrato nessuna conseguenza inflattiva. Anche svalutazioni dei paesi europei tipo Polonia, Svezia e Inghilterra.
    Il motivo e’ semplice e chiamasi “curva di Phillips”. Piu’ le risorse produttive sono occupate, piu’ una svalutazione si trasferice sull’inflazione. Ma se la disoccupazione e’ a due cifre, se le imprese sottoproducono, come puo’ una svalutazione trasferirsi interamente sull’inflazione? Non e’ mai successo.
    La famosa bisettrice del PUDE come la chiama Bagnai.

    Inoltre, ripristinando la sovranita’ monetaria, recuperemmo la possibilita’ di fissare i tassi di interesse. Come benissimo spiega il prof. Savona. Non saremmo piu’ ostaggio dei mercati, i quali decidono i tassi e noi non abbiamo alternativa.
    Potremmo collocare i nostri titoli a tassi molto bassi, facendo comprare l’invenduto alla banca centrale.
    Gli alti tassi di interesse che pagavamo durante gli anni 90 non dipendevano dal fatto che avevamo la lira. Ma dipendevano dal divorzio e dal fatto che dovevamo mantenere artificialmente il cambio bloccato. Il famoso SME. I mercati sapevano che la banca centrale doveva per forza collocare titoli per mantenere il cambio fisso, e quindi gli chiedevano interessi esorbitanti sapendo che la banca d’Italia non aveva scelta.

    Sulle conclusioni ovviamente sono in disaccordo.
    Cordialita’

    • Buongiorno Sig. Cristiano, la ringrazio per aver voluto partecipare alla discussione esprimendo, argomentando e sostenendo fermamente il suo punto di vista.

      Conoscendo le idee di uno degli autori da lei citati, il prof. Bagnai (autore di un blog su Il Fatto Quotidiano e di collaborazioni con il blog di Beppe Grillo), credo che la diversità del suo giudizio rispetto al mio sia presto e facilmente spiegata.

      Di conseguenza, mi sembra normale che lei sia in disaccordo con buona parte delle argomentazioni da me esplicitate nell’articolo e sulle dirette conclusioni.

      Cordiali saluti,
      Matteo T.

      • Caro Sig. Matteo,
        il prof. Bagnai è uno dei tanti economisti che seguo.
        Io trovo profondamente sbagliato dire che siccome ho citato Bagnai, allora devo per forza essere in disaccordo con Lei. Come se fossi una specie di adepto o seguace, incapace di ragionare.
        Io sono sempre pronto a cambiare idea ed ascoltare nuovi punti di vista. Se dovessi accorgermi di stare dal lato sbagliato sarei il primo a fare mea culpa e scusarmi. Ma purtroppo mancano le motivazioni convincenti. E questa non è di certo colpa mia.
        Sostenere delle tesi per partito preso, come se fossimo i tifosi di una squadra di calcio, è dannoso per noi e umiliante sotto il profilo umano.

  4. Secondo me restare nell’euro si può ma ad una condizione, che il governo accetti una volta per tutte di abbattere la spesa pubblica, privatizzando ciò che può essere privatizzato come le varie società municipalizzate e le varie partecipate da regioni, province e comuni che spesso sono dei carrozzoni mangiasoldi create ad hoc per dare un posto di lavoro ai parenti dei politici locali e degli stessi politici trombati alle elezioni.
    E creando le condizioni favorevoli per attirare investimenti dalle aziende estere come riformare la modalità dei processi per renderli più rapidi, diminuire la burocrazia e dare tempi certi a chi vuole investire (è capitato tante volte che una giunta comunale abbia tenuto in sospeso la decisione su una iniziativa imprenditoriale non decidendo né per il si né per il no, per non assumersi la responsabilità di fronte alla popolazione col risultato che alla fine l’impresa ha deciso di investire da un’altra parte), e alla fine ridurre le tasse.
    Ovviamente cerco di essere sintetico, ma questa crisi è l’occasione per cambiare tutto ciò che in Italia non funziona sia nel pubblico che nel privato. Serve un cambiamento di mentalità da parte di tutti.

    Tuttavia si potrebbe anche uscire dall’euro se non si ha la volontà di cambiare. Questo però può essere fatto ad un solo modo. Se si tornasse alla Lira mantenendo lo stesso modello economico si avrebbero gli svantaggi citati nell’articolo.
    Questi svantaggi sono dovuti al fatto che per emettere moneta bisogna indebitarsi con le banche e i fondi di investimento dando loro in cambio i nostri titoli di stato. Ciò lo trovo assurdo perché significa che uno stato che ha la capacità di stampare la propria moneta deve in realtà chiederla in prestito a degli enti esterni privati i quali stabiliscono anche il valore di quella moneta.
    L’unico modo per spezzare questo circolo vizioso che porta all’indebitamento ininterrotto è che la moneta diventi di proprietà dei cittadini italiani e che lo stato emetta moneta senza fare debito. A quel punto i cittadini potranno dare alla moneta il valore che vogliono sulla base di un accordo comune e lo stato non dovrà più indebitarsi per stampare la propria moneta. Sia ben chiaro che il cambio con le altre monete sarà sempre stabilito dal mercato ma il potere d’acquisto interno sarà controllato dai cittadini. L’unico problema è che bisogna trovare un modello economico adatto a poter emettere moneta senza fare debito.
    Ma un modello economico di questo tipo non verrà mai sviluppato perché va contro l’interesse delle banche e dei fondi di investimento che si arricchiscono comportandosi da strozzini nei confronti degli stati e dei loro popoli.

    • Se la moneta fosse controllata da noi cittadini non cambierebbe nulla. A meno che con qualche politica imperialista raggiungiamo l’autarchia (conquistando risorse naturali) alla fine i nostro prezzi saranno comunque vincolati dal mercato globale

  5. Tornerei oggi stesso alla Lira, non esiste più Euro gli stati membri europei sono tutti in banca rotta, salvo solo la Germania, in questo euro ci hanno speculato e raddoppiate, per favore una classe privilegiata………

  6. Ragazzi,quando la lira competeva col marco l’italia stava molto meglio dei crucchi.e l’euro?con 2 milioni e duecentomila lire ero benestante.con 1100 euro subito povero.allora?i paroloni nn servono,contano i fatti.con la lira eravamo la 5 potenza del mondo.con l’euro?quasi falliti.abbiamo sempre avuto il debito e allora?la sovranita monetaria é la forza.più export,meno tasse,aumento benessere e stipendi.la verita e ke la germania la prenderebbe in quel posto.storicamente debito,inflazione e svalutazione,scala mobile con la lira andavano a vantaggio.

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